L’arte dell’accompagnamento

Di teatro e di insegnamento: chiacchiere sparse

Sempre più pianisti scelgono la strada del maestro collaboratore o pianista accompagnatore, che dir si voglia. Le ragioni dietro a questa scelta sono molteplici e sicuramente riflettono un momento storico che stiamo attraversando: fare della musica la propria professione è un atto coraggioso, controcorrente e che richiede una buona dose di tenacia e adattamento. Sono purtroppo lontani i tempi in cui l’artista era acclamato, ricercato, studiato dal pubblico e dai critici: “fare il pianista” oggi può avere una miriade di sfaccettature che sono diventate parte della professione. Un pianista studia, ricerca, insegna, accompagna, improvvisa, fa crossover, classica, jazz, leggera, opera. I tempi sono cambiati e ritengo che sia ora di vedere questo mutamento come un arricchimento, non come una perdita.

Anche la professione del maestro collaboratore è cambiata. Una volta l’unico modo per apprendere il mestiere era, similmente al lavoro di un artigiano, “andare a bottega”: ovvero cercare di bazzicare i teatri non solo per ascoltare e ammirare un’opera, ma anche e soprattutto passando dalla porta sul retro e studiare l’ambiente delle prove, osservare i cantanti, carpire i segreti della direzione dai grandi maestri, per i più meritevoli accostarsi a un maestro collaboratore di sala o a un maestro sostituto e, nel migliore dei casi, sostituirlo in caso di necessità fino a raggiungere lo status di maestro collaboratore. L’opera la si imparava forse nel modo più bello, annusando l’odore delle assi di legno del palcoscenico, aiutando il capomacchinista a chiudere il sipario, annotandosi mentalmente i fiati e i tempi dei grandi cantanti e direttori e sognando da vicino i grandi duetti d’amore di Puccini o Donizetti.

Vista la crescente richiesta di “manodopera qualificata”, oggi molti conservatori dedicano maggiore spazio alla figura del maestro collaboratore, ritagliando corsi appositamente studiati per formare figure preparate ad affrontare il mondo del teatro d’opera. Purtroppo però non sempre i docenti provengono da quel mondo verso il quale vorrebbero proiettare i propri allievi: ne conseguono disinformazione, mancanza di accuratezza nella preparazione e – talvolta – studi di livello non adeguato.

Permane infatti a volte un fraintendimento colossale (quante volte ho sentito questi discorsi nei corridoi dei conservatori…): ovvero che la professione del pianista accompagnatore sia una sorta di ripiego, un piano B e un po’ sfigato rispetto al pianista “che ce l’ha fatta”, frequentatore di concorsi internazionali e sbaragliatore di sale da concerto.
Quella convinzione che “se so suonare un concerto di Beethoven, cosa vuoi che sia accompagnare un’aria di Verdi”.
Niente di più sbagliato!
E infatti, pletore di eccellenti pianisti crollano miseramente alla prima prova di accompagnamento o di esecuzione al pianoforte sotto direzione. A nulla servono gli anni passati a macinare Mazeppe e Appassionate nell’istante in cui il pianista deve sollevare gli occhi dalla tastiera e seguire il primo levare di un direttore in prova di sala. Le mani diventano due inutili blocchetti gelati, il respiro si mozza, gli occhi sembrano appannarsi e “nella testa ho un campanello che suonando fa din din”. Il direttore inizia a guardare il pianista in cagnesco, i cantanti sbuffano anche se in realtà sono felicissimi di aver trovato un eccellente capro espiatorio da mortificare e da usare come sacco da boxe per giustificare i propri errori. Sembra un racconto comico, ma vi assicuro che i pianisti che vivono questa esperienza sono la grande maggioranza di coloro che affrontano per la prima volta l’esperienza della tastiera in buca. A questo punto le opzioni sono due. Alla frustrazione iniziale subentra la voglia di rivalsa, la consapevolezza delle proprie qualità musicali e tecniche e ci si rimbocca le maniche, lavorando sodo per pareggiare (o almeno avvicinare) la propria competenza in ambito solistico a quella teatrale. Oppure la frustrazione si trasforma in disagio, paura, senso di inadeguatezza. E proprio questo tunnel di ansia e frustrazione che ho visto in diversi giovani e promettenti pianisti mi ha convinta a proporre dei corsi destinati a chi vuole intraprendere la professione di maestro collaboratore. Perché è vero che la migliore scuola rimane il teatro, ma sono anche convinta che alcuni aspetti della professione si possono e si DEVONO imparare.

Con mia grande sorpresa e un certo fastidio, mi sono accorta che molti maestri collaboratori sono gelosi dei propri “trucchi”, della propria posizione e conoscenze. E’ vero che la strada per tutti è tortuosa e difficile, e che chi ha sudato per guadagnarsi uno status non dovrebbe lottare con i denti per conservarlo. Ma sinceramente sono convinta che ci dovrebbe essere più rete tra chi lavora nell’ambiente teatrale e chi vorrebbe farlo, anche solo per estendere l’insegnamento della professione al di fuori delle mura dei teatri. Ritengo che si debba e si possa condividere la propria esperienza professionale, successi e insuccessi, scelte giuste e sbagliate, per poter guidare uno studente in un mondo così affascinante come quello del teatro. Aiutarsi e avere l’umiltà di continuare ad imparare dal teatro, dall’opera e dai propri studenti e collaboratori: perché penso che quel mondo in cui il “maestro” è un tuttologo e il direttore un depositario di saggezza indiscutibile a cui tutti debbano portare silenzioso e ossequioso consenso, sia fortunatamente finito.

[Margherita Colombo]

Workshop per maestri collaboratori, cantanti e direttori

La Boheme di Giacomo Puccini

M° Margherita Colombo
direttrice d’orchestra, pianista e compositrice

14-16 giugno, Trezzo sull’Adda (MI)

Il workshop operistico è rivolto a 3 categorie del teatro d’opera: studenti di canto lirico, studenti di direzione d’orchestra e allievi di pianoforte ad indirizzo maestro collaboratore.
Direzione d’orchestra: il corso offre la possibilità di studiare una grande opera di repertorio insieme a maestri collaboratori e cantanti, rivolgendo particolare attenzione alle tradizioni esecutive e alla cura del gesto.
Pianoforte (Maestro collaboratore): il corso affronterà lo studio dell’opera toccando le molteplici competenze richieste al maestro collaboratore durante la preparazione di un’opera: suonare, cantare, dirigere e coordinare. Verrà offerta l’opportunità di affinare la pratica di suonare sotto direzione con particolare attenzione all’aspetto più “orchestrale” del suono.
Canto: i solisti coinvolti avranno la possibilità di studiare il ruolo prescelto insieme a direttori e maestri collaboratori apprendendo le principali tradizioni esecutive dell’opera.

Il workshop è dedicato alla Bohème di Giacomo Puccini.
Nello specifico, gli allievi potranno preparare l’intera opera o brani a scelta tra quelli indicati in questa pagina.
Scopo del laboratorio è affrontare la preparazione di un’opera a partire dallo studio primario del ruolo da parte del cantante insieme a direttore e pianista.

Sessioni mattutine: 3 ore dedicate a pianisti e direttori per lo studio della partitura, la preparazione tecnica e musicale di essa. Le lezioni sono aperte ai cantanti qualora lo desiderassero. 
Sessioni pomeridiane: 3 ore dedicate a cantanti, pianisti e direttori. Il focus è improntato sui ruoli vocali, le peculiarità interpretative e stilistiche.
Totale ore direttori e pianisti collaboratori: 18 ore di corso + concerto
Totale ore cantanti: 9 ore di corso + concerto

Quote di iscrizione:
Direttori e Pianisti collaboratori € 170
Cantanti € 120
QUOTA ISCRIZIONE FESTIVAL: € 30 (per i soci di é Musica Nuova € 20)

PER ULTERIORI INFORMAZIONI : http://www.e-musicanuova.com/festival-oho-che-bel-castello/musica-operistica.html

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La Boheme: aspettando il Workshop (giugno 2019)

E’ iniziato tutto qualche mese fa. Quando mi è stato chiesto di tenere un Workshop a tema operistico dedicato a maestri collaboratori, cantanti e direttori d’orchestra, sono letteralmente andata in fibrillazione e il mio cervello ha iniziato a sparare fuochi d’artificio e coriandoli. Quante possibilità, quanti capolavori, quante idee possibili da mettere in pratica! Un mondo potenzialmente infinito mi si stendeva davanti, e presto ho dovuto ammettere il fatto che il primo, enorme problema da affrontare riguardava proprio questo: come riuscire a circoscrivere l’argomento e il target senza perdere la bellezza dell’idea? La parola “Boheme” mi è affiorata in mente quasi naturalmente, come se fosse lì ad aspettarmi da sempre: la storia eterna della gioventù scanzonata che sorride alla vita tra i tetti parigini nonostante le mille difficoltà è sempre stata nel mio cuore in modo istintivo fin dai miei primi passi nel mondo dell’opera.

Mi piaccion quelle cose che han sì dolce malia,
che parlano d’amor, di primavere…
Che parlano di sogni e di chimere,
Quelle cose che han nome poesia.

La Boheme, un microcosmo eterno

Puccini sapeva di aver creato un piccolo miracolo. La sua continua insistenza sui dettagli del libretto al punto da esasperare Giacosa e Illica (“Ho sprecato più carta per poche scene di Boheme che per nessuno dei miei lavori drammatici!” commentava Giacosa), costretti a scrivere e riscrivere intere scene e a vedere cestinate senza riguardo ampie sezioni del lavoro, mostrano come il compositore avesse già ben chiaro in mente il mondo di Mimì e Rodolfo in tutte le sue sfaccettature, dall’angusta soffitta al chiassoso Quartiere Latino della vigilia di Natale.
Sebbene brani come “Che gelida manina” e “Donde lieta” indichino chiaramente chi siano i grandi protagonisti dell’opera, ascoltando la Bohéme proviamo inevitabilmente una sensazione di familiarità un po’ con tutti i personaggi e gli ambienti in cui si svolge la vicenda.
Ci immedesimiamo a turno in Marcello o Rodolfo, Mimì o Musetta; tutti noi abbiamo un amico chiassoso e spaccone come Schaunard, sicuramente in ogni compagnia di amici ci sono un brontolone misogino o un inguaribile romantico e con ogni probabilità abbiamo almeno almeno una volta nella nostra vita pensato di farla franca col padrone di casa inventandoci qualche scusa per non pagare l’affitto.
La Boheme siamo noi. L’ha vissuta Puccini stesso nei suoi anni giovanili e l’ha riversata nella sua musica, l’abbiamo vissuta noi stessi partendo per un Erasmus o affrontando con incertezza e incoscienza i nostri primi viaggi di lavoro, la vivranno i nostri figli qualunque strada prenderanno nella vita.
La Boheme non è soltanto una storia.
E’ una stagione della vita, un lampo di giovinezza, una parte importante della nostra memoria. Una parte che amiamo, talvolta visceralmente e inconsapevolmente, proprio perché volenti o nolenti sappiamo che ha una fine: Puccini ci sbatte in faccia con crudezza la fine più crudele, la morte silenziosa di Mimì che fin dal primo colpo di tosse si presagisce ma non si vuole ammettere.

Ho tante cose che ti voglio dire, o una sola ma grande come il mare.
Come il mare profonda ed infinita: sei il mio amore
e tutta la mia vita.

Workshop operistico a Trezzo sull’Adda

Sarà un weekend alla scoperta dell’opera per chi non la conosce e un approfondimento a 360 gradi su partitura, libretto e interpretazione per chi vuole sviscerarla più a fondo. Il corso si terrà a Trezzo sull’Adda dal 14 al 16 giugno accanto ad altri workshop (jazz, coro e violino) e si rivolge a maestri collaboratori, direttori e cantanti. Le lezioni mattutine saranno principalmente rivolte allo studio dello spartito e della partitura per pianisti e direttori, a cui si affiancheranno i cantanti nel pomeriggio. Non mancheranno momenti aperti al pubblico, tra cui si segnalano la conversazione musicale “Luoghi e affetti nella Boheme di Puccini” sabato 15 giugno alle ore 18 e il concerto dei migliori allievi del corso domenica 16 alle ore 21 presso la Sala degli specchi di Villa Crivelli.

Per chi volesse iscriversi al workshop o ricevere informazioni aggiuntive è possibile contattare il sito web del festival o inviare un’email a Pianisti all’Opera (pianistiallopera@gmail.com).

[Margherita Colombo]

Pillole all’Opera: Lavorare in Germania (3)

Il Maestro sostituto.

Bentornati per un nuovo episodio di Pillole all’Opera, la rubrica di Pianisti all’opera dedicata a chi vuole saperne di più sul mondo del teatro musicale.
Continuiamo il nostro viaggio in Germania, un Paese così vicino a noi eppure sotto molti aspetti molto diverso nell’organizzazione, gestione e visione del mondo operistico.

Oggi vorrei spiegare brevemente alcuni termini che spesso si leggono sui bandi di audizione che però non sono di semplicissima comprensione se non si mastica un po’ di tedesco. La premessa, abbondantemente ripetuta in vari post e articoli, è sempre la stessa: se si vuole lavorare in un teatro tedesco bisogna imparare la lingua perché il contatto umano e la comunicazione nel nostro lavoro sono fondamentali. Tuttavia una robusta dose di buona volontà e una dignitosa base di inglese possono essere sufficienti per cominciare ad addentrarsi in questo mondo certamente non facilissimo, ma capace di dare ai musicisti grandi soddisfazioni.

Iniziamo a sciogliere i dubbi su un parolone che spesso troviamo sui bandi destinati ai maestri collaboratori: Solorepetitor mit Dirigierverpflichtung.
Il Solorepetitor, come abbiamo visto nello scorso episodio, non è altro che un maestro collaboratore con una mansione prettamente rivolta al lavoro con i solisti dell’Ensemble. Dirigieren significa, com’è facile intuire, dirigere. Verpflichtung indica un obbligo. Come nei bandi per violino di spalla con obbligo di fila, ad esempio. Chi o cosa deve dirigere questo Solorepetitor? Principalmente le prove di regia.
Accade spesso infatti che il direttore d’orchestra responsabile del progetto si eclissi per un certo numero di prove di regia (per altre produzioni in corso ad esempio) e che il Korrepetitor designato lo sostituisca in prova fornendo un supporto importantissimo allo svolgimento del lavoro di regia. In pratica è quello che spesso in Italia si chiama Maestro sostituto (figura fondamentale nei teatri qualche decennio fa, adesso quasi scomparsa anche se nominalmente – e in qualche raro, fortunato caso anche nei fatti – è rimasta). Il Solorepetitor mit Dirigierverpflichtung deve avere, oltre che un’ottima base pianistica come qualunque altro Repetitor, competenze direttoriali che vengono accertate normalmente in fase di audizione con una piccola prova di direzione ed eventualmente concertazione con cantanti al pianoforte.
Spesso sul contratto del Repetitor viene specificato che tale posizione non dà diritto automaticamente a dirigere recite o ad avere la responsabilità musicale di uno spettacolo, anche se piccolo. Da contratto, oltre alle mansioni pianistiche che rimangono la parte principale del lavoro, c’è la direzione delle prove in assenza del direttore e, molto interessante soprattutto per i giovani pianisti/direttori alla prima esperienza, la direzione della musica di scena. Dirigere la musica di scena può essere molto gratificante o molto noioso, a seconda dell’opera che capita: può capitare di dover “dirigere” i rintocchi di campana di Rigoletto (nonostante il percussionista sia in grado di fare benissimo da solo mentre legge Topolino), ma capita anche di potersi godere degli assaggi di musica molto interessanti, a partire dalle bande di scena di Traviata e Rigoletto (spesso oggi purtroppo sostituite dal Tonband, ovvero una registrazione), ai grandiosi interventi di ottoni wagneriani (Tannhäuser, per dirne una) oppure dare attacchi da dietro le quinte a gruppi che per ragioni registiche hanno scarsa visibilità sul direttore (tra le mie esperienze più interessanti di qualche annetto fa ricordo volentieri la fanfara del secondo quadro di Bohéme suonata da una banda di Babbi natale che marciavano su un palco rotante, i cinque bambini non nati di Frau ohne Schatten troppo bassi per vedere bene il direttore in buca, la bellissima musica di scena di Peter Grimes nel retro-palco con un monitor minuscolo per coordinarmi col direttore in buca…).
A chi consiglio questo lavoro? Senz’altro ai maestri collaboratori con la passione o l’ambizione per la direzione: a questi ultimi suggerirei di affrontare questo lavoro non tanto nell’ottica di “scalare” la gerarchia del teatro, quanto per la possibilità di mettere su TANTO repertorio sia dal punto di vista pianistico che direttoriale. Anche se di fatto
con questo tipo di contratto l’orchestra la si vede poco o niente, non bisogna sottovalutare la grandissima opportunità in termini di tecnica ed esperienza che passare quotidianamente opere in sede di prova di regia fornisce.
Poi non è comunque detto che non si possa giovare di qualche piccolo “upgrade” interno al teatro: se il GMD ha avuto modo di apprezzare il lavoro del Solorepetitor mit Dirigierverpflichtung, non è affatto escluso di poter riuscire ad ottenere la direzione di qualche recita (Nachdirigat) o addirittura la direzione musicale (Musikalische Leitung) di un proprio spettacolo.

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(a cura di Margherita Colombo)

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Pillole all’Opera: Lavorare in Germania (1)

AAA Lavoro cercasi

Cari Pianisti all’Opera,

Grazie per i messaggi di supporto alla pagina, mi fa molto piacere che le prime “Pillole” vi siano piaciute. Continuate a condividere con me le vostre  idee!
Come alcuni di voi sanno, da qualche tempo tengo dei corsi per maestri collaboratori in cui tra gli altri argomenti mi piace dedicare un po’ di tempo al tema della professione maestro collaboratore in Germania, data la mia recente esperienza come Solorepetitorin  (maestro collaboratore) prima e attualmente Kapellmeisterin (direttore d’orchestra) in terra teutonica. La curiosità degli studenti è tanta, così come spesso il timore di affrontare un percorso sconosciuto e impegnativo in un Paese straniero; ecco allora qualche Pillola per iniziare ad addentrarsi nel mondo del Korrepetitor senza paura!

La Germania è uno dei Paesi più ospitali per le professioni del Teatro musicale: non dico che sia facile trovare lavoro, ma se non altro è relativamente semplice reperire informazioni e capire come muoversi per iniziare a cercarlo. Online ci sono alcuni strumenti molto utili per farsi un’idea: trovo molto interessante consultare periodicamente Operabase, un imprescindibile punto di riferimento per gli spettacoli lirici in tutto il mondo; all’interno trovate un elenco esaustivo delle opere in cartellone in tutti i teatri europei e del resto del mondo, una lista dei teatri, degli artisti iscritti al sito e molte altre informazioni utili a comprendere al meglio la panoramica operistica internazionale. Utile sapere che la maggior parte dei direttori artistici e dei responsabili della ricerca di sostituti e artisti utilizza questo strumento per sapere quali artisti (cantanti, direttori, registi…) vanno in scena e dove.
Da ricordare che in Germania vige praticamente ovunque il sistema del teatro di repertorio: a seconda delle dimensioni del teatro, ogni stagione prevede un’alternanza tra Premieren (opere realizzate durante la stagione in corso generalmente da un team registico esterno – regista, scenografo, costumista; prime parti solistiche spesso Gäste, ospiti; direttore, maestri collaboratori e comprimari sono invece generalmente parte dell’Ensemble fisso del teatro) e Wiederaufnahmen, ovvero riprese di opere preparate in anni precedenti, spesso interamente affidate a membri dell’Ensemble, in caso di compatibilità vocale, in caso contrario il teatro si premurerà di cercare Gäste in grado di subentrare (einspringen) con pochissime (o nulle) prove: ecco l’importanza di un database imponente come Operabase per un teatro di repertorio.

Un sito che fin dai miei primi passi in Germania mi è stato di enorme utilità per trovare i primi contatti è Theapolis, a pagamento (circa 50 euro all’anno) ma molto completo e interessante. Qui, divisi per categoria di ricerca, vengono pubblicati tutti i bandi che i teatri tedeschi mettono a disposizione nella ricerca di personale: dai reparti amministrativi a quelli esecutivi, con un’importante sottocategoria “Musiktheater” che comprende i lavori disponibili per cantanti, pianisti, registi e direttori. Personalmente ho trovato quasi tutte le audizioni a cui ho partecipato grazie a questo sito, che consiglio a chiunque abbia competenze linguistiche adeguate e una seria intenzione di trasferirsi in Germania o Austria per lavorare in un teatro di lingua tedesca.

Infine vorrei segnalare un’importante istituzione tedesca che non tutti conoscono: la ZAV Künstlervermittlung, una vera e propria agenzia statale per il lavoro (Bundesagentur) che facilita l’inserimento degli artisti nel mercato teatrale tedesco. Attenzione, non si tratta di un’agenzia che procura lavoro in senso stretto, ma di una sorta di collocamento artisti che aiuta nella ricerca delle audizioni più pertinenti; è necessario inviare una candidatura completa di CV, link a video, eventuali lettere di raccomandazione e attendere un invito a presentarsi presso una loro sede a sostenere un’audizione – in caso di esito positivo la ZAV vi faciliterà la ricerca di audizioni in cambio di una commissione sullo stipendio – in caso ovviamente di superamento dell’audizione!

Spero che le Pillole di oggi vi siano state d’aiuto! Nelle prossime puntata parleremo delle differenze tra Korrepetitor, Solorepetitor, Studienleiter e affini!
Per domande, suggerimenti e proposte contattatemi come sempre tramite la pagina Facebook Pianisti all’Opera, il gruppo chiuso Maestri collaboratori: il camerino di Pianisti all’Opera o per email: pianistiallopera@gmail.com.

[Margherita Colombo]

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Pillole all’Opera: Vita da Maestro Collaboratore

Maestro collaboratore, Korrepetitor, Solorepetitor mit Dirigierverpflichtung, Studienleiter, Chef de chant, Vocal coach, Maestro sostituto, preparatore, suggeritore, Mastro di sala, di palcoscenico…Ma quante cose deve saper fare un pianista all’opera?

TANTE.

E’ vero, c’è spesso ancora confusione in questo ambito, e la ragione è molto semplice: solo negli ultimi anni la figura del maestro collaboratore si è codificata anche grazie all’avvento di corsi specifici dentro e fuori dal conservatorio che cercano di introdurre i giovani pianisti a questa magnifica professione, aggiungendo al repertorio solistico e cameristico nozioni di opera, accompagnamento e tecnica vocale.

E prima?

Prima il lavoro si imparava sul campo: ore e ore dietro le quinte a spiare i segreti dei grandi cantanti, a seguire il gesto del direttore, ad accompagnare lezioni, prove, audizioni e imparando così un mestiere estremamente complesso e faticoso. E’ sul campo che si impara la differenza tra “accompagnatore” e “collaboratore”. Quando il pianista raggiunge un tale grado di autonomia e sicurezza da conoscere l’opera non solo dal punto di vista pianistico, ma anche e soprattutto pratico – dal gesto del direttore alle esigenze dei cantanti, dai dettagli registici alle necessità tecniche di palcoscenico – ecco che diventa una vera e propria colonna portante del teatro, braccio destro di direttore e regista, indispensabile “sostituto” alle prove e in recita.

Anche ora che i conservatori insegnano tale disciplina (i Bienni e Trienni per maestri collaboratori stanno prendendo piede praticamente ovunque), non si può scindere la teoria dalla pratica. Bisogna sapersi sporcare le mani con il teatro, sapere quanto faticosa ma gratificante può essere questa professione, essere pronti più o meno a tutto – perché in teatro, sappiatelo, capita sempre di tutto. Cantare, suggerire, dare attacchi, trasportare un’aria…Ma anche relazionarsi col più burbero dei macchinisti veterani, conoscere le esigenze di un cambio scena o collaborare a una prova luci. Suonare su un vecchio pianoforte sgangherato o su uno Steinway, improvvisarsi tecnico di un Clavinova o mettere le mani per la prima volta su un cembalo o una celesta, spostare di continuo il seggiolino per vedere il direttore che si ostina a dirigere col mignolo.

Grande fatica, ma anche grande soddisfazione.

In questa piccola rubrica proverò a raccontarvi qualcosa di questa bellissima professione, sperando di raccogliere anche i vostri graditissimi contributi per trasformarla in una testimonianza collettiva di un pezzo di questo incredibile mondo che è il teatro!

[Margherita Colombo]

(nella foto: il teatro alla Scala dal palcoscenico. Foto presa dal Web)