Corso per Maestri collaboratori

Corso di Pianoforte (indirizzo Maestri collaboratori)
Accademia Musicale Europea, Erba (CO)
novembre-giugno 2019-2020
M° Margherita Colombo

CHE COS’È?

Si tratta di un corso destinato agli allievi di Pianoforte che desiderano approfondire la propria competenza nell’ambito dell’accompagnamento strumentale e vocale. Sono previsti diversi livelli a seconda del grado di preparazione tecnica dell’allievo:
– Corso Base
– Corsi di Specializzazione di I e II livello
– Corso annuale di perfezionamento (8 incontri mensili)

L’accompagnamento pianistico è una pratica entusiasmante e impegnativa che richiede elevate competenze pianistiche, conoscenza del repertorio e degli strumenti che si vanno ad accompagnare, competenze in campo vocale in caso di accompagnamento di cantanti, ottime doti di lettura a prima vista e una grande sensibilità musicale. Un buon accompagnamento è in grado di elevare qualitativamente la performance del solista, quindi è oltre che un fondamentale supporto artistico, un importantissimo tassello dell’interpretazione musicale complessiva.

CORSO BASE

Il corso è strutturato come un normale corso di pianoforte che mira a una formazione più completa e variegata dello studente in un’ottica professionalizzante con l’aggiunta di ore di laboratorio operistico, pratica guidata di accompagnamento nelle classi di strumento e canto e materie complementari essenziali alla maturazione artistica di un pianista accompagnatore (lettura a prima vista, lettura della partitura, tecniche di direzione e concertazione).

– Tecnica e repertorio pianistico adeguati alla preparazione pianistica dell’allievo
– Lettura a prima vista
– Fondamenti di lettura della partitura
– Pratica dell’accompagnamento strumentale

1 lezione settimanale di pianoforte (individuale)
1 lezione settimanale (individuale o collettiva) di materie complementari (lettura a prima vista, lettura della partitura)
2 lezioni mensili di pratica dell’accompagnamento (individuale o in collaborazione con le classi di strumento)

Costo: €150,00/mese  – lezioni: mercoledì

CORSO di specializzazione

Il corso è strutturato come un normale corso di pianoforte che mira a una formazione più completa e variegata dello studente in un’ottica professionalizzante con l’aggiunta di ore di laboratorio operistico, pratica guidata di accompagnamento nelle classi di strumento e canto e materie complementari essenziali alla maturazione artistica di un pianista accompagnatore (lettura a prima vista, lettura della partitura, tecniche di direzione e concertazione).

LIVELLO I – Specializzazione

– Tecnica e repertorio pianistico adeguati alla preparazione pianistica dell’allievo
– Lettura a prima vista
– Lettura della partitura
– Fondamenti di concertazione
– Pratica dell’accompagnamento strumentale
– Introduzione al repertorio operistico

1 lezione settimanale di pianoforte (individuale)
1 lezione settimanale (individuale o collettiva) di materie complementari (lettura a prima vista, lettura della partitura)
2 lezioni mensili di storia del repertorio (collettiva)
2 lezioni mensili di pratica dell’accompagnamento o laboratorio operistico

Costo: €250,00/mese – lezioni: sabato

LIVELLO II – Specializzazione

– Tecnica e repertorio pianistico adeguati alla preparazione pianistica dell’allievo
– Lettura a prima vista
– Lettura della partitura
– Tecniche di direzione
– Pratica dell’accompagnamento strumentale
– Pratica e repertorio operistico

1 lezione settimanale di pianoforte (individuale)
1 lezione settimanale (individuale) di materie complementari (lettura a prima vista, lettura della partitura)
2 lezioni mensili di tecniche di direzione (collettiva)
2 lezioni mensili di laboratorio operistico

Costo: €280,00/mese – lezioni: sabato

CORSO DI PERFEZIONAMENTO

Destinato ai pianisti già in possesso di competenze pianistiche elevate (diploma di pianoforte o triennio/biennio), si tratta di un pacchetto di otto incontri da due ore ciascuno a cadenza mensile (novembre-giugno) o personalizzata in base alle esigenze dell’allievo, compatibilmente con la disponibilità della docente e dell’Accademia. Il programma, interamente personalizzabile, viene concordato all’inizio del corso e può consistere in:
– preparazione di opere complete o parti di esse a scelta
– studio e preparazione di repertorio da audizione
– studio del repertorio basilare del maestro collaboratore

1 incontro mensile individuale (2 ore)

Costo: in via di definizione – lezioni: sabato

Info ed iscrizioniaccademiadimusica@libero.it – tel.: 031.626519
http://www.accademiadimusica.org/2019/10/12/10775/

L’arte dell’accompagnamento

Di teatro e di insegnamento: chiacchiere sparse

Sempre più pianisti scelgono la strada del maestro collaboratore o pianista accompagnatore, che dir si voglia. Le ragioni dietro a questa scelta sono molteplici e sicuramente riflettono un momento storico che stiamo attraversando: fare della musica la propria professione è un atto coraggioso, controcorrente e che richiede una buona dose di tenacia e adattamento. Sono purtroppo lontani i tempi in cui l’artista era acclamato, ricercato, studiato dal pubblico e dai critici: “fare il pianista” oggi può avere una miriade di sfaccettature che sono diventate parte della professione. Un pianista studia, ricerca, insegna, accompagna, improvvisa, fa crossover, classica, jazz, leggera, opera. I tempi sono cambiati e ritengo che sia ora di vedere questo mutamento come un arricchimento, non come una perdita.

Anche la professione del maestro collaboratore è cambiata. Una volta l’unico modo per apprendere il mestiere era, similmente al lavoro di un artigiano, “andare a bottega”: ovvero cercare di bazzicare i teatri non solo per ascoltare e ammirare un’opera, ma anche e soprattutto passando dalla porta sul retro e studiare l’ambiente delle prove, osservare i cantanti, carpire i segreti della direzione dai grandi maestri, per i più meritevoli accostarsi a un maestro collaboratore di sala o a un maestro sostituto e, nel migliore dei casi, sostituirlo in caso di necessità fino a raggiungere lo status di maestro collaboratore. L’opera la si imparava forse nel modo più bello, annusando l’odore delle assi di legno del palcoscenico, aiutando il capomacchinista a chiudere il sipario, annotandosi mentalmente i fiati e i tempi dei grandi cantanti e direttori e sognando da vicino i grandi duetti d’amore di Puccini o Donizetti.

Vista la crescente richiesta di “manodopera qualificata”, oggi molti conservatori dedicano maggiore spazio alla figura del maestro collaboratore, ritagliando corsi appositamente studiati per formare figure preparate ad affrontare il mondo del teatro d’opera. Purtroppo però non sempre i docenti provengono da quel mondo verso il quale vorrebbero proiettare i propri allievi: ne conseguono disinformazione, mancanza di accuratezza nella preparazione e – talvolta – studi di livello non adeguato.

Permane infatti a volte un fraintendimento colossale (quante volte ho sentito questi discorsi nei corridoi dei conservatori…): ovvero che la professione del pianista accompagnatore sia una sorta di ripiego, un piano B e un po’ sfigato rispetto al pianista “che ce l’ha fatta”, frequentatore di concorsi internazionali e sbaragliatore di sale da concerto.
Quella convinzione che “se so suonare un concerto di Beethoven, cosa vuoi che sia accompagnare un’aria di Verdi”.
Niente di più sbagliato!
E infatti, pletore di eccellenti pianisti crollano miseramente alla prima prova di accompagnamento o di esecuzione al pianoforte sotto direzione. A nulla servono gli anni passati a macinare Mazeppe e Appassionate nell’istante in cui il pianista deve sollevare gli occhi dalla tastiera e seguire il primo levare di un direttore in prova di sala. Le mani diventano due inutili blocchetti gelati, il respiro si mozza, gli occhi sembrano appannarsi e “nella testa ho un campanello che suonando fa din din”. Il direttore inizia a guardare il pianista in cagnesco, i cantanti sbuffano anche se in realtà sono felicissimi di aver trovato un eccellente capro espiatorio da mortificare e da usare come sacco da boxe per giustificare i propri errori. Sembra un racconto comico, ma vi assicuro che i pianisti che vivono questa esperienza sono la grande maggioranza di coloro che affrontano per la prima volta l’esperienza della tastiera in buca. A questo punto le opzioni sono due. Alla frustrazione iniziale subentra la voglia di rivalsa, la consapevolezza delle proprie qualità musicali e tecniche e ci si rimbocca le maniche, lavorando sodo per pareggiare (o almeno avvicinare) la propria competenza in ambito solistico a quella teatrale. Oppure la frustrazione si trasforma in disagio, paura, senso di inadeguatezza. E proprio questo tunnel di ansia e frustrazione che ho visto in diversi giovani e promettenti pianisti mi ha convinta a proporre dei corsi destinati a chi vuole intraprendere la professione di maestro collaboratore. Perché è vero che la migliore scuola rimane il teatro, ma sono anche convinta che alcuni aspetti della professione si possono e si DEVONO imparare.

Con mia grande sorpresa e un certo fastidio, mi sono accorta che molti maestri collaboratori sono gelosi dei propri “trucchi”, della propria posizione e conoscenze. E’ vero che la strada per tutti è tortuosa e difficile, e che chi ha sudato per guadagnarsi uno status non dovrebbe lottare con i denti per conservarlo. Ma sinceramente sono convinta che ci dovrebbe essere più rete tra chi lavora nell’ambiente teatrale e chi vorrebbe farlo, anche solo per estendere l’insegnamento della professione al di fuori delle mura dei teatri. Ritengo che si debba e si possa condividere la propria esperienza professionale, successi e insuccessi, scelte giuste e sbagliate, per poter guidare uno studente in un mondo così affascinante come quello del teatro. Aiutarsi e avere l’umiltà di continuare ad imparare dal teatro, dall’opera e dai propri studenti e collaboratori: perché penso che quel mondo in cui il “maestro” è un tuttologo e il direttore un depositario di saggezza indiscutibile a cui tutti debbano portare silenzioso e ossequioso consenso, sia fortunatamente finito.

[Margherita Colombo]

La Boheme: aspettando il Workshop (giugno 2019)

E’ iniziato tutto qualche mese fa. Quando mi è stato chiesto di tenere un Workshop a tema operistico dedicato a maestri collaboratori, cantanti e direttori d’orchestra, sono letteralmente andata in fibrillazione e il mio cervello ha iniziato a sparare fuochi d’artificio e coriandoli. Quante possibilità, quanti capolavori, quante idee possibili da mettere in pratica! Un mondo potenzialmente infinito mi si stendeva davanti, e presto ho dovuto ammettere il fatto che il primo, enorme problema da affrontare riguardava proprio questo: come riuscire a circoscrivere l’argomento e il target senza perdere la bellezza dell’idea? La parola “Boheme” mi è affiorata in mente quasi naturalmente, come se fosse lì ad aspettarmi da sempre: la storia eterna della gioventù scanzonata che sorride alla vita tra i tetti parigini nonostante le mille difficoltà è sempre stata nel mio cuore in modo istintivo fin dai miei primi passi nel mondo dell’opera.

Mi piaccion quelle cose che han sì dolce malia,
che parlano d’amor, di primavere…
Che parlano di sogni e di chimere,
Quelle cose che han nome poesia.

La Boheme, un microcosmo eterno

Puccini sapeva di aver creato un piccolo miracolo. La sua continua insistenza sui dettagli del libretto al punto da esasperare Giacosa e Illica (“Ho sprecato più carta per poche scene di Boheme che per nessuno dei miei lavori drammatici!” commentava Giacosa), costretti a scrivere e riscrivere intere scene e a vedere cestinate senza riguardo ampie sezioni del lavoro, mostrano come il compositore avesse già ben chiaro in mente il mondo di Mimì e Rodolfo in tutte le sue sfaccettature, dall’angusta soffitta al chiassoso Quartiere Latino della vigilia di Natale.
Sebbene brani come “Che gelida manina” e “Donde lieta” indichino chiaramente chi siano i grandi protagonisti dell’opera, ascoltando la Bohéme proviamo inevitabilmente una sensazione di familiarità un po’ con tutti i personaggi e gli ambienti in cui si svolge la vicenda.
Ci immedesimiamo a turno in Marcello o Rodolfo, Mimì o Musetta; tutti noi abbiamo un amico chiassoso e spaccone come Schaunard, sicuramente in ogni compagnia di amici ci sono un brontolone misogino o un inguaribile romantico e con ogni probabilità abbiamo almeno almeno una volta nella nostra vita pensato di farla franca col padrone di casa inventandoci qualche scusa per non pagare l’affitto.
La Boheme siamo noi. L’ha vissuta Puccini stesso nei suoi anni giovanili e l’ha riversata nella sua musica, l’abbiamo vissuta noi stessi partendo per un Erasmus o affrontando con incertezza e incoscienza i nostri primi viaggi di lavoro, la vivranno i nostri figli qualunque strada prenderanno nella vita.
La Boheme non è soltanto una storia.
E’ una stagione della vita, un lampo di giovinezza, una parte importante della nostra memoria. Una parte che amiamo, talvolta visceralmente e inconsapevolmente, proprio perché volenti o nolenti sappiamo che ha una fine: Puccini ci sbatte in faccia con crudezza la fine più crudele, la morte silenziosa di Mimì che fin dal primo colpo di tosse si presagisce ma non si vuole ammettere.

Ho tante cose che ti voglio dire, o una sola ma grande come il mare.
Come il mare profonda ed infinita: sei il mio amore
e tutta la mia vita.

Workshop operistico a Trezzo sull’Adda

Sarà un weekend alla scoperta dell’opera per chi non la conosce e un approfondimento a 360 gradi su partitura, libretto e interpretazione per chi vuole sviscerarla più a fondo. Il corso si terrà a Trezzo sull’Adda dal 14 al 16 giugno accanto ad altri workshop (jazz, coro e violino) e si rivolge a maestri collaboratori, direttori e cantanti. Le lezioni mattutine saranno principalmente rivolte allo studio dello spartito e della partitura per pianisti e direttori, a cui si affiancheranno i cantanti nel pomeriggio. Non mancheranno momenti aperti al pubblico, tra cui si segnalano la conversazione musicale “Luoghi e affetti nella Boheme di Puccini” sabato 15 giugno alle ore 18 e il concerto dei migliori allievi del corso domenica 16 alle ore 21 presso la Sala degli specchi di Villa Crivelli.

Per chi volesse iscriversi al workshop o ricevere informazioni aggiuntive è possibile contattare il sito web del festival o inviare un’email a Pianisti all’Opera (pianistiallopera@gmail.com).

[Margherita Colombo]

Pillole all’Opera: Lavorare in Germania (2)

Il Korrepetitor

Ed eccoci ad illustrare più nel dettaglio come si svolge il lavoro di un pianista nei teatri tedeschi. Un’importante premessa: il sistema teatrale in Germania è organizzato in maniera profondamente diversa rispetto ai teatri italiani, dove generalmente la stagione (più o meno lunga, a seconda della disponibilità finanziaria del teatro) è una successione di produzioni nuove o riprese circoscritte in un arco temporale limitato. I teatri tedeschi solitamente prevedono una stagione annuale che va da settembre a luglio con un mese di pausa ad agosto: in questo lungo arco temporale il teatro lavora ininterrottamente alternando titoli di repertorio (in scena magari già da anni con la stessa regia, variando solo eventualmente i solisti) a produzioni nuove (Premieren), che verranno riproposte con numerose repliche durante tutta la stagione. Molti teatri di piccole o medie dimensioni prevedono una rotazione di opera, operetta, musical, prosa e balletto (Mehrspartentheater), dove il maestro collaboratore è solitamente chiamato a coprire tutte le necessità musicali di uno specifico settore (opera/operetta/musical, oppure balletto). Solo i teatri più grandi hanno la possibilità di separare l’opera dall’operetta: ad esempio a Lipsia la Oper Leipzig si occupa principalmente di opera, mentre operetta e musical sono affidati alla Musikalische Komödie (formalmente lo stesso teatro, ma praticamente due edifici e due team completamente diversi).

Quindi è importantissimo che il pianista che decide di fare un’esperienza in Germania sappia in quale tipo di teatro può andare a finire, altrimenti rischierà seriamente di annaspare in una miriade di produzioni di repertorio trovandosi a lavorare senza serenità e soprattutto trovandosi a studiare alla meno peggio decine di opere, spesso misconosciute
in Italia (repertorio tedesco, operetta…) e letteralmente crollare sotto una pressione lavorativa non indifferente.

Il maestro collaboratore in un teatro tedesco è il Korrepetitor, che può avere la qualifica di Solorepetitor qualora le sue mansioni siano collegate principalmente ai solisti dell’ensemble (e non, ad esempio, al coro del teatro che sarà affiancato da un altro Korrepetitor – a volte in realtà lo stesso maestro del coro al pianoforte), oppure di Ballettrepetitor nel caso specifico del maestro collaboratore per la danza, che, come avviene generalmente in Italia, non ha quasi mai a che fare con i cantanti e con l’opera, ma solo con la “Sparte” del balletto.

Il lavoro del Korrepetitor inizia molti mesi prima dell’inizio delle prove: a lui vengono infatti affidati i cantanti dell’ensemble nella preparazione dei ruoli per la stagione; inoltre accompagna le prove di sala, di regia, e se necessario suona gli strumenti a tastiera in orchestra ed è a tutti gli effetti un’importantissima spalla del direttore d’orchestra. Solitamente un teatro di medie dimensioni ha a disposizione almeno tre o quattro pianisti in modo che ci si possa alternare tra le varie prove senza impazzire – anche se nei periodi caldi può capitare di avere per le mani cinque o sei opere diverse (dare Korrepetitionen, ovvero coaching, a una Norina, una Donna Elvira e un Monostatos, fare le prove di regia di Tristan und Isolde, diteggiare Elektra, tenersi pronti per il Glockenspiel in Zauberflöte…).
Gli orari di lavoro sono un’altra importante variabile da considerare se stiamo pensando di trasferirci in Germania: si lavora per circa sette ore al giorno solitamente mattina e sera: un orario tipico è 10-14 e 18-21; le recite serali iniziano in genere alle 19.30 (tranne eccezioni wagneriane…se la durata raggiunge o supera le cinque ore si tende ad anticipare l’orario di inizio per evitare al pubblico una lunga maratona notturna!). Naturalmente capiterà qualche giornata più vuota, ma se stiamo parlando di un teatro di un certo livello, capiterà molto raramente. Non voglio spaventare i miei lettori, ma penso sia importantissimo sapere che la mole di lavoro richiesta in Germania è considerevolmente più imponente rispetto a quella che ci si aspetta di solito vivendo in Italia, non essendo abituati tranne rarissime eccezioni a ingranaggi teatrali così complessi e attivi.

Un consiglio? Non partite allo sbaraglio. Anche se non avete idea di quale sarà il vostro teatro d’approdo, non conoscete il repertorio della stagione e così via, tenetevi pronto un ventaglio di opere relativamente semplici ma da tirare fuori dal taschino all’occorrenza senza dover fare troppa fatica quando sarete bombardati da richieste di studiare Strauss o Wagner in poche settimane (se non giorni). Zauberflöte, Entführung, Fledermaus, Freischütz sono solo alcuni esempi che vi suggerisco di iniziare a mettere sotto le dita preventivamente, che tanto prima o poi in Germania vi capitano 🙂

Nel prossimo articolo si parlerà della stretta connessione tra suonare e dirigere: il Solorepetitor mit Dirigierverpflichtung.

(a cura di Margherita Colombo)

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Pillole all’Opera: Lavorare in Germania (1)

AAA Lavoro cercasi

Cari Pianisti all’Opera,

Grazie per i messaggi di supporto alla pagina, mi fa molto piacere che le prime “Pillole” vi siano piaciute. Continuate a condividere con me le vostre  idee!
Come alcuni di voi sanno, da qualche tempo tengo dei corsi per maestri collaboratori in cui tra gli altri argomenti mi piace dedicare un po’ di tempo al tema della professione maestro collaboratore in Germania, data la mia recente esperienza come Solorepetitorin  (maestro collaboratore) prima e attualmente Kapellmeisterin (direttore d’orchestra) in terra teutonica. La curiosità degli studenti è tanta, così come spesso il timore di affrontare un percorso sconosciuto e impegnativo in un Paese straniero; ecco allora qualche Pillola per iniziare ad addentrarsi nel mondo del Korrepetitor senza paura!

La Germania è uno dei Paesi più ospitali per le professioni del Teatro musicale: non dico che sia facile trovare lavoro, ma se non altro è relativamente semplice reperire informazioni e capire come muoversi per iniziare a cercarlo. Online ci sono alcuni strumenti molto utili per farsi un’idea: trovo molto interessante consultare periodicamente Operabase, un imprescindibile punto di riferimento per gli spettacoli lirici in tutto il mondo; all’interno trovate un elenco esaustivo delle opere in cartellone in tutti i teatri europei e del resto del mondo, una lista dei teatri, degli artisti iscritti al sito e molte altre informazioni utili a comprendere al meglio la panoramica operistica internazionale. Utile sapere che la maggior parte dei direttori artistici e dei responsabili della ricerca di sostituti e artisti utilizza questo strumento per sapere quali artisti (cantanti, direttori, registi…) vanno in scena e dove.
Da ricordare che in Germania vige praticamente ovunque il sistema del teatro di repertorio: a seconda delle dimensioni del teatro, ogni stagione prevede un’alternanza tra Premieren (opere realizzate durante la stagione in corso generalmente da un team registico esterno – regista, scenografo, costumista; prime parti solistiche spesso Gäste, ospiti; direttore, maestri collaboratori e comprimari sono invece generalmente parte dell’Ensemble fisso del teatro) e Wiederaufnahmen, ovvero riprese di opere preparate in anni precedenti, spesso interamente affidate a membri dell’Ensemble, in caso di compatibilità vocale, in caso contrario il teatro si premurerà di cercare Gäste in grado di subentrare (einspringen) con pochissime (o nulle) prove: ecco l’importanza di un database imponente come Operabase per un teatro di repertorio.

Un sito che fin dai miei primi passi in Germania mi è stato di enorme utilità per trovare i primi contatti è Theapolis, a pagamento (circa 50 euro all’anno) ma molto completo e interessante. Qui, divisi per categoria di ricerca, vengono pubblicati tutti i bandi che i teatri tedeschi mettono a disposizione nella ricerca di personale: dai reparti amministrativi a quelli esecutivi, con un’importante sottocategoria “Musiktheater” che comprende i lavori disponibili per cantanti, pianisti, registi e direttori. Personalmente ho trovato quasi tutte le audizioni a cui ho partecipato grazie a questo sito, che consiglio a chiunque abbia competenze linguistiche adeguate e una seria intenzione di trasferirsi in Germania o Austria per lavorare in un teatro di lingua tedesca.

Infine vorrei segnalare un’importante istituzione tedesca che non tutti conoscono: la ZAV Künstlervermittlung, una vera e propria agenzia statale per il lavoro (Bundesagentur) che facilita l’inserimento degli artisti nel mercato teatrale tedesco. Attenzione, non si tratta di un’agenzia che procura lavoro in senso stretto, ma di una sorta di collocamento artisti che aiuta nella ricerca delle audizioni più pertinenti; è necessario inviare una candidatura completa di CV, link a video, eventuali lettere di raccomandazione e attendere un invito a presentarsi presso una loro sede a sostenere un’audizione – in caso di esito positivo la ZAV vi faciliterà la ricerca di audizioni in cambio di una commissione sullo stipendio – in caso ovviamente di superamento dell’audizione!

Spero che le Pillole di oggi vi siano state d’aiuto! Nelle prossime puntata parleremo delle differenze tra Korrepetitor, Solorepetitor, Studienleiter e affini!
Per domande, suggerimenti e proposte contattatemi come sempre tramite la pagina Facebook Pianisti all’Opera, il gruppo chiuso Maestri collaboratori: il camerino di Pianisti all’Opera o per email: pianistiallopera@gmail.com.

[Margherita Colombo]

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Pillole all’Opera: Vita da Maestro Collaboratore

Maestro collaboratore, Korrepetitor, Solorepetitor mit Dirigierverpflichtung, Studienleiter, Chef de chant, Vocal coach, Maestro sostituto, preparatore, suggeritore, Mastro di sala, di palcoscenico…Ma quante cose deve saper fare un pianista all’opera?

TANTE.

E’ vero, c’è spesso ancora confusione in questo ambito, e la ragione è molto semplice: solo negli ultimi anni la figura del maestro collaboratore si è codificata anche grazie all’avvento di corsi specifici dentro e fuori dal conservatorio che cercano di introdurre i giovani pianisti a questa magnifica professione, aggiungendo al repertorio solistico e cameristico nozioni di opera, accompagnamento e tecnica vocale.

E prima?

Prima il lavoro si imparava sul campo: ore e ore dietro le quinte a spiare i segreti dei grandi cantanti, a seguire il gesto del direttore, ad accompagnare lezioni, prove, audizioni e imparando così un mestiere estremamente complesso e faticoso. E’ sul campo che si impara la differenza tra “accompagnatore” e “collaboratore”. Quando il pianista raggiunge un tale grado di autonomia e sicurezza da conoscere l’opera non solo dal punto di vista pianistico, ma anche e soprattutto pratico – dal gesto del direttore alle esigenze dei cantanti, dai dettagli registici alle necessità tecniche di palcoscenico – ecco che diventa una vera e propria colonna portante del teatro, braccio destro di direttore e regista, indispensabile “sostituto” alle prove e in recita.

Anche ora che i conservatori insegnano tale disciplina (i Bienni e Trienni per maestri collaboratori stanno prendendo piede praticamente ovunque), non si può scindere la teoria dalla pratica. Bisogna sapersi sporcare le mani con il teatro, sapere quanto faticosa ma gratificante può essere questa professione, essere pronti più o meno a tutto – perché in teatro, sappiatelo, capita sempre di tutto. Cantare, suggerire, dare attacchi, trasportare un’aria…Ma anche relazionarsi col più burbero dei macchinisti veterani, conoscere le esigenze di un cambio scena o collaborare a una prova luci. Suonare su un vecchio pianoforte sgangherato o su uno Steinway, improvvisarsi tecnico di un Clavinova o mettere le mani per la prima volta su un cembalo o una celesta, spostare di continuo il seggiolino per vedere il direttore che si ostina a dirigere col mignolo.

Grande fatica, ma anche grande soddisfazione.

In questa piccola rubrica proverò a raccontarvi qualcosa di questa bellissima professione, sperando di raccogliere anche i vostri graditissimi contributi per trasformarla in una testimonianza collettiva di un pezzo di questo incredibile mondo che è il teatro!

[Margherita Colombo]

(nella foto: il teatro alla Scala dal palcoscenico. Foto presa dal Web)

MASTERCLASS PER MAESTRI COLLABORATORI

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MASTERCLASS PER MAESTRI COLLABORATORI

M° Margherita Colombo

Salso Master Class & Festival

9-16 luglio 2018
Salsomaggiore Terme

 

 

PROGRAMMA

La Masterclass per maestri collaboratori prevede l’approfondimento della professione del maestro collaboratore per l’opera lirica nelle sue variegate sfumature: studio ed analisi del repertorio, prassi esecutiva, riduzione al pianoforte degli spartiti d’opera accennando le parti vocali, oltre che elementi di concertazione e direzione d’orchestra, fondamentali per completare la figura professionale del maestro collaboratore.

Il corso è rivolto a tutti i pianisti che vogliano approfondire la professione del maestro collaboratore con particolare riferimento ai programmi d’audizione comunemente richiesti nei principali teatri europei e ai pianisti che abbiano interesse nell’affrontare lo studio di un’opera italiana dal punto di vista esecutivo e stilistico.Possibilità di collaborare con la classe di direzione d’orchestra.

 REPERTORIO
a) Brani per audizioni

  •  MOZART
    “Nozze di Figaro” – Finale II Atto (ed. Baerenreiter) e un recitativo a scelta tra “Hai già vinta la causa”, “E Susanna non vien” e “Giunse alfin il momento”
    “Die Zauberflöte” – Recitativo dal Finale I atto (“Die Weisheitslehre dieser Knaben”)
  •  STRAUSS
    “Elektra” – Mägdeszene (dall’inizio a 32)
    “Der Rosenkavalier” – Einleitung (dall’inizio a 27)
  • BIZET
    “Carmen” – Quintetto
  • PUCCINI
    “La Boheme” – Quadro I dall’ingresso di Schaunard (10-22) e Quadro II

 

REPERTORIO
b) Opere complete o parti di esse a scelta tra le seguenti:

  • Tosca
  • Boheme
  • Madama Butterfly
  • Traviata
  • Rigoletto
  • Trovatore
  • Elisir d’amore
  • Don Pasquale
  • Barbiere di Siviglia
  • La cambiale di matrimonio

 

Totale Corso: € 350,00

Costo: € 250,00 + € 100,00 (Tassa Iscrizione al corso)

ISCRIZIONE

Il modulo d’iscrizione (CONSULTABILE QUI) deve essere compilato in tutte le sue parti e accompagnato dall’invio alla mail segreteria@imusicidiparma.it della documentazione allegata in formato digitale.

Per informazioni

Carlo D’Alessandro Caprice
Telefono: +39 348 70 31 985
E-mail: direzioneartistica@imusicidiparma.it

Elisabetta Pe
E-mail: segreteria@imusicidiparma.it

TUTTE LE INFORMAZIONI SULLE MASTERCLASS SALSO SUMMER CLASS&FESTIVAL DISPONIBILI SUL SITO! Clicca qui.

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Pianisti all’Opera: JONATHAN SANTAGADA

Dopo il successo e l’interesse suscitato dall’intervista a Paolo Villa ho deciso di continuare a raccontare le storie di musicisti che hanno affrontato la professione di maestro collaboratore in Italia o all’estero. Una figura complessa, quella del maestro collaboratore: dalle conversazioni scaturite qua e là su questo blog, nella pagina facebook correlata o nelle chiacchierate tra colleghi si evince che la parola più adatta per descrivere questo musicista sia VERSATILITA’. Un lavoro complesso e sfaccettato che per la maggior parte si svolge dietro le quinte, ecco perché Pianisti all’Opera si propone di far conoscere il più possibile la professione e i suoi protagonisti portandoli finalmente sotto i riflettori. Ed è con grande piacere che oggi vi presentiamo la nostra intervista a Jonathan Santagada, maestro collaboratore, pianista e direttore d’orchestra attualmente impiegato presso il Covent Garden di Londra.

Jonathan Santagada si è specializzato nella professione di maestro collaboratore presso il Teatro Lirico Sperimentale “A. Belli” di Spoleto dopo aver conseguito il diploma di pianoforte presso il Conservatorio G. Verdi di Torino e il perfezionamento pianistico presso il Conservatoire Supérieur de Musique di Lione. In qualità di pianista e direttore d’orchestra ha collaborato con prestigiosi teatri quali il Teatro di Basilea, il Teatro Regio di Torino, l’Opera North e il Covent Garden, dove lavora tuttora. 

Chi sei?
Non è facile descriversi, oggi ti risponderei un direttore d’orchestra ma credo che musicista sia la definizione che più mi piace, sono riuscito a farmelo scrivere perfino sulla carta d’identità. Il funzionario insisteva che dovevo essere iscritto all’albo, come un avvocato…alla fine lo convinsi!
L’opera che ami di più?
Tosca
Perché?
Perché c’è tutto, è un thriller, è un film dall’inizio alla fine, ogni singola nota la puoi “vedere”, temi di una bellezza incredibile e personaggi di una forza comunicativa straordinaria. Ho sempre sognato di dirigerla e adoro suonarla.

Come sei diventato un maestro collaboratore? Caso, passione o necessità?
L’inizio è stato casuale, nei dieci anni di Conservatorio non avevo mai sentito queste due parole, sapevo che alcuni pianisti, quelli meno bravi,  “accompagnavano i cantanti”, ma nulla di più. Dopo il biennio scoprii per caso il corso per maestri collaboratori del Teatro Lirico Sperimentale “A. Belli” di Spoleto, andai a fare l’audizione prendendo un mitico intercity da Torino, che tra l’altro fece un ritardo storico, e vinsi! Mi si aprì letteralmente un mondo, e per una serie di coincidenze diventai il primo pianista delle produzioni, conobbi il M° Marco Boemi che diventò il mio Maestro di direzione e il M° Giuliano Betta con cui collaborai successivamente al Teatro di Basilea. Poi cominciai a fare audizioni in Francia e Inghilterra e iniziai ad avere i primi contratti, quindi presi coraggio e decisi di tentare l’audizione dello Young Artists Programme del Covent Garden.
E quando hai iniziato a pensare alla professione di direttore d’orchestra?
Come molti colleghi sanno, al maestro collaboratore può essere chiesto di dirigere le famose bande di palcoscenico, un lavoro molto delicato che se fatto male può creare danni seri. La prima banda che mi affidarono al Teatro di Basilea fu quella di “Un ballo in maschera”, una delle più ostiche in assoluto. A quanto pare me la cavai e decisero di farmi fare l’assistente per l’opera successiva, “Lo Speziale” di Haydn. La produzione fu un grosso successo e il sovrintendente del teatro decise di aggiungere delle recite per fare cassa, ma in una di queste nuove date il direttore non era disponibile. Nel frattempo avevo cominciato a lavorare come vocal coach al Royal Northern College of Music e mi arrivò una chiamata a sorpresa in cui mi offrivano di dirigere quella recita. Ci pensai un pochino e poi accettai. La recita andò molto bene e da lì cominciai a pensare che quel lavoro potesse fare per me.

Grazie al tuo lavoro hai avuto l’opportunità di vivere in diversi Paesi europei: quali ti sono rimasti nel cuore?
Beh, senza dubbio è d’obbligo iniziare dall’Italia: è un paese straordinario a cui devo moltissimo e di cui sento una nostalgia molto forte. Purtroppo però è una Nazione che ha dimenticato un’intera generazione e in cui il merito non sempre viene valorizzato. All’estero non è tutto rosa e fiori ma si ha la possibilità di provare, di sbagliare, di farsi notare e si riceve una risposta alle e-mail!
Francia e Svizzera invece?
La Francia è un paese che ho imparato ad amare, ma l’inizio non è stato facilissimo…l’Italia aveva appena vinto i mondiali, e io non parlavo una parola di francese. E poi era la prima volta fuori casa, ricordo lo sguardo perso di fronte alla lavatrice…ma durò poco, e penso che quell’esperienza abbia inciso profondamente sulla mia formazione musicale e in qualche modo mi abbia aperto la mente per ciò che poi sarebbe accaduto dopo.
In Svizzera si lavora benissimo, tutto è ordinato, le macchine inchiodano appena metti la punta delle scarpe sulle strisce pedonali e i bambini entrano a scuola in fila per due. Ricordo poi un fiscalissimo doganiere alla stazione di Basilea, controllava tutti e faceva molte domande. Quando arrivò il mio turno gli dissi che ero un musicista e lavoravo in teatro, mi lasciò subito passare guardandomi come se gli avessi detto che ero il Primo Ministro! Magari era solo un amante dell’opera, chissà, però dice molto sul rispetto per la musica che si respira in quel paese. E infatti è l’unica Nazione al mondo che ha l’educazione musicale nella Costituzione! Difetti direi che si paga anche l’aria che respiri e dopo le sei di sera la gente scompare dalle strade, non ho mai capito perché.
E infine l’Inghilterra.
Sì, ci vivo da sei anni e lo considero ormai il mio secondo Paese. Qui la meritocrazia si tocca con mano. Sia al Royal Northern College of Music che al Covent Garden non conoscevo nessuno, ho fatto la domanda online e sono stato invitato alle audizioni. Se devo trovarle un difetto direi senza dubbio il tempo, che non è manco colpa sua per carità, ma a volte supera ogni limite… ricordo un luglio a Manchester coi riscaldamenti accesi! Sul cibo non voglio infierire.

Da musicista espatriata in Germania mi sento di offrirti la mia massima solidarietà in merito. Ma torniamo a noi e alla figura centrale del nostro blog: s
econdo la tua esperienza di pianista, quali sono le qualità imprescindibili che un buon maestro collaboratore deve avere?
Beh, nonostante il luogo comune che ai miei tempi circolava in conservatorio secondo cui i maestri accompagnatori sarebbero pianisti di serie B, indubbiamente bisogna essere degli ottimi pianisti ed essere in grado di imparare molta musica in tempi brevi. Poi bisogna essere in grado di lavorare con i cantanti, essere un po’ psicologi e cercare di ottenere il massimo con i dovuti modi. Non solo: è necessario, ahimè, saper cantare un pochino. Spesso in prova manca un cantante e serve qualcuno che canti le linee mancanti…se non lo fa il direttore tocca al pianista!
Importantissima la prima vista, arriverà sempre l’aria che nemmeno IMSLP Petrucci conosce , ma il cantante si!
Non guastano nemmeno alcune nozioni di direzione: anche se non volete fare i direttori succederà prima o poi che vi chiederanno di dirigere una prova, o un interno di palcoscenico; per trovare più facilmente lavoro inoltre è utile conoscere due o tre lingue – oltre ad essere fondamentale nel lavoro con i cantanti.
Ah, dimenticavo: bisogna ridere alle battute del Maestro. Sempre!

Londra per il mondo del teatro è sinonimo di Covent Garden. Ti rendi conto di lavorare in una sorta di mito, o lavorandoci dall’interno ci si accorge che un teatro vale l’altro?  
Il Covent Garden è sicuramente un posto speciale, per la sua storia e per la qualità dei cast e delle produzioni che vengono messe in scena. Vivere tutto ciò dall’interno è emozionante e allo stesso tempo mette una certa pressione con cui bisogna fare i conti. Alcune recite vanno in diretta mondiale nei cinema, diverse prove vengono filmate e finiscono nei notiziari, alcuni eventi vanno in diretta su youtube, e tu magari rimugini per mesi e mesi su quella notina sbagliata…Quindi credo che onestamente la risposta sia si, si percepisce di essere in un teatro speciale.

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Inoltre in un teatro del genere hai la fortuna di fare musica con grandi Maestri, no? Leggo che parte del tuo lavoro consiste nell’affiancare Antonio Pappano nelle sue produzioni. Com’è lavorare con lui?
Lavorare con Antonio Pappano è certamente un’esperienza unica. Ho avuto la fortuna di lavorare moltissimo con lui, in questi giorni stiamo facendo “Lady Macbeth of Mcensk” di Shostakovich ed è la mia decima produzione con lui! Ha un carisma enorme e riesce ad ottenere dall’orchestra e dai cantanti sempre il massimo – e anche da noi! Oltre ad essere famoso come direttore lo è anche come pianista, la mia prima opera in cui feci il “chief repetiteur” con lui fu una nuova produzione del “Guglielmo Tell”! Puoi immaginare quanto fossi rilassato!
Altre superstar degne di nota?
Sicuramente Jonas Kaufmann, lavorare con lui in Andrea Chénier e Otello è stato incredibile. E’ un artista completo, preparatissimo e di una musicalità rara. Però nei dovrei citare tanti altri….posso? Bryn Terfel, Anna Netrebko, Ermonela Jaho, Joyce DiDonato, Sondra Radvanovsky, Sonya Yoncheva, Alessandro Corbelli, Ildebrando D’Arcangelo, Gerald Finley…
Le porte del Covent Garden ti sono state aperte grazie al programma per giovani artisti “in residence” Jette Parker. Come funziona? E’ stato utile?
Il programma Jette Parker del Covent Garden è strutturato in maniera tale da fornire il massimo delle opportunità a cantanti, registi e pianisti/direttori. Si viene immediatamente immersi nel mondo del teatro, il programma è parte integrante della macchina teatrale; i cantanti cantano i ruoli comprimari nelle produzioni e fanno i cover per i ruoli più grandi, i pianisti/direttori suonano immediatamente nelle prove di scena e musicali, dirigono gli interni, suonano in orchestra, fanno i suggeritori all’occorrenza, e hanno l’opportunità di dirigere due produzioni dello “Young Artist” più due gala nella sala principale con l’orchestra del teatro. E trovarsi su quel podio, con l’orchestra della Royal Opera House,  fa una certa impressione!

Futuri progetti?
Questa estate dirigerò “Madama Butterfly” e “L’elisir d’amore” per il Mediterranean Opera Festival in Sicilia, “Henry V” di William Walton al New Generation Festival a Firenze, e poi dirigerò la mia amata “Tosca” all’Opera North in autunno. Come assistente  lavorerò all’Opéra National de Paris con il M° Nicola Luisotti, al Teatro Real di Madrid con il M° Maurizio Benini e poi tornerò per altri progetti al Covent Garden.

Cosa raccomanderesti a un giovane musicista che voglia affacciarsi al mondo dell’opera?
Consiglierei di essere molto convinto di voler fare questo lavoro, deve essere un mestiere per cui non si  può fare a meno, non è un lavoro normale, e bisogna accettare che inevitabilmente la vita inizierà a girare intorno all’opera. Detto ciò cercate subito delle opportunità di entrare a contatto con i teatri,  eviterei di collezionare bienni in Conservatorio e di rimanere parcheggiati in corsi e master spesso molto costosi e tenuti da chi il lavoro non lo fa!

[Intervista a cura di Margherita Colombo per Pianisti all’Opera]

Pianisti all’Opera: PAOLO VILLA

La figura del maestro collaboratore è ancora, per i non addetti ai lavori, qualcosa di oscuro e sconosciuto. Già il fatto che nel titolo manchi l’indicazione dello strumento lo classifica come un lavoro nebuloso, poco artistico e certamente non sensazionale. Ma chi lavora in teatro sa che il maestro collaboratore (o maestro accompagnatore, o maestro sostituto) è uno dei cardini dell’opera, a partire dalle primissime fasi di studio del ruolo da parte dei cantanti fino alla messa in scena vera e propria dello spettacolo. In Germania si chiama Korrepetitor. Nei paesi anglosassoni Vocal coach. In Francia Répétiteur.
Ma insomma, che fa ‘sto maestro collaboratore?
La risposta è: TUTTO.

Questo blog e la pagina Facebook correlata, dedicati all’opera ma più in particolare proprio alla figura del Maestro collaboratore, vuole portare finalmente i Pianisti all’opera davanti alle quinte: ed è con grande piacere che oggi vi presentiamo la nostra prima intervista a Paolo Villa, maestro collaboratore, pianista e direttore d’orchestra milanese attivo nel suo lavoro principalmente in Turchia.

Dopo gli studi in Pianoforte, Composizione, Clavicembalo, Musica Vocale da Camera e Direzione d’orchestra a Bologna, Chioggia e Milano, Paolo Villa si è dedicato principalmente all’accompagnamento in corsi, masterclass e concorsi nazionali e internazionali. Ha iniziato a lavorare in Turchia nel 2005 presso il Teatro di Smirne come maestro sostituto, cembalista e direttore d’orchestra per poi spostarsi nel 2008 al Teatro di Stato di Istanbul, dove, accanto alla sua attività da direttore d’orchestra, è diventato dal 2015 anche Maestro del coro del Teatro. 

Chi sei?
Sembra una risposta ovvia ma quando qualcuno me lo chiede non so rispondere e la prima cosa che mi viene in mente è “musicista”; poi di solito nessuno capisce cosa ho detto e mi chiedono: “ma cosa fai”? Forse perchè ho fatto e voglio sempre fare mille cose diverse o forse perchè credo nella musica la mia risposta è sempre uguale… beh forse non sono un maestro collaboratore modello…
Come sei diventato un maestro collaboratore? Caso, passione o necessità?
All’inizio è stato un caso; ad un corso di perfezionamento pianistico conobbi il maestro Umberto Finazzi; io ero un po’ in alto mare pensando ad una mia eventuale carriera come solista che non decollava e parlando mi disse: “Io faccio dei corsi estivi per maestri collaboratori, ci divertiamo…se vuoi vieni”. Ed è stata la folgorazione.
Definisci il tuo lavoro in tre parole.
Appassionante, unico e adatto solo a persone con un pizzico di follia.
La partitura che ami di più?
La “Bohéme” di Puccini.
Perché?
È forse una delle poche partiture che ho avuto modo di suonare, dirigere e prepararne il coro; l’ho studiata ed eseguita mille volte ma mi da sempre tantissime emozioni e alla fine piango sempre come un bambino.
Fare il maestro collaboratore: una professione che si impara a scuola o si vive sul campo?
Il mio primo maestro di direzione d’orchestra mi disse che la direzione l’avremmo imparata 50% a lezione e 50% con le figuracce davanti all’orchestra…Sì, bisogna studiare (e tanto) ma per il nostro lavoro l’esperienza sul campo è stata per me l’80%.

Da oltre dieci anni vivi e lavori in Turchia. Scusa la curiosità, ma come ci sei finito?
Ancora un caso; nel 2005 dopo aver fatto tanti studi e tanti lavori senza mai approdare a nulla di concreto, una cantante di un’agenzia mi disse che una sua vecchia amica pianista a Smirne chiedeva se qualcuno era disponibile ad andare laggiù perché avevano bisogno di un maestro italiano. E così decisi di provare la nuova avventura che mi ha portato appunto prima a Smirne e successivamente a Istanbul.
Essere la persona giusta al momento giusto è spesso un fattore importante nel nostro lavoro! Raccontaci un po’ del tuo lavoro in Turchia.
Un maestro italiano all’estero fa sempre cool e devo dire che la Turchia mi ha dato la possibilità di fare tante cose che in Italia forse non avrei avuto modo nemmeno di provare; forse ho anche un pochino di talento ma ho avuto ed ho incarichi di responsabilità come assistente di direttori d’orchestra, come responsabile per il repertorio italiano e in ultimo come maestro del coro; il lavoro più lungo e faticoso è ovviamente la dizione e cercare di spiegare e far vivere a queste persone quello che noi italiani abbiamo nel sangue: l’opera!
Qualche lato negativo purtroppo c’è: qui il limite maggiore è dovuto al fatto che la cultura e più nello specifico l’ambiente teatrale è tutto gestito dall’apparato statale e, come forse saprete, la politica turca non è molto a favore dell’arte quindi diciamo che si può arrivare fino ad un certo livello poi ci si ferma…e per un romanticone come me questo fa sempre un po’ male, perché la mia voglia di fare musica si scontra spesso con la rigidità burocratica degli impiegati statali…
Il teatro d’opera in un Paese come la Turchia funziona? Non è un tipo di spettacolo troppo lontano dalla sensibilità e dalla cultura del luogo?
Sembrerà strano ma qui ogni opera, balletto o concerto fa sempre il tutto esaurito; certo in un Paese come questo tutta la musica classica rimane un po’ di nicchia ma non ci possiamo lamentare. Bisogna ricordare che qui l’opera ha una storia di circa 80 anni… prima non esisteva se non in forme private alla corte del sultano. In Turchia ci sono 6 teatri d’opera, tutti statali, con programmazioni “classiche” (principalmente opere di repertorio e ogni tanto qualche azzardo tipo Rake’s progress, Ariadne auf Naxos e qualche barocco), tutto eseguito in lingua originale con sovratitoli in turco; c’è anche un piccolo repertorio di opere turche. Istanbul è il teatro più grande; abbiamo una stagione con otto opere (due nuovi allestimenti e sei di repertorio), altrettanti balletti e una stagione concertistica. In teatro lavorano circa cento coristi, altrettanti orchestrali, una quarantina di solisti, sette pianisti, un direttore di coro (io) e tre direttori d’orchestra, più una compagnia di ballo che conta (credo) una sessantina di artisti: la compagnia è fissa, di tanto in tanto viene invitato un direttore ospite ma ormai si tende a fare “tutto in casa”.
Una domanda forse stupida ma d’obbligo: parli il turco?
Si ormai lo conosco perfettamente. Per lavorare all’estero come sai bene è importante parlare la lingua, altrimenti verrai sempre visto come lo straniero che non fa parte di loro…

Se non avessi fatto il musicista chi saresti oggi?
Ringrazierò sempre mio papà che ai tempi del liceo mi disse di continuare a studiare altro nel caso non mi fosse andata bene come musicista; sono diplomato in elettronica e telecomunicazioni, ho continuato a interessarmi ai computer (quest’anno ho avuto la certificazione italiana ufficiale per il programma di notazione musicale Finale) e sì, se non fossi musicista sicuramente mi piacerebbe lavorare nel campo dell’informatica.
Cosa raccomanderesti a un giovane aspirante maestro collaboratore?
Secondo la mia esperienza prima di tutto che ognuno ha la sua strada e bisogna sempre tirare dritto senza fermarsi davanti alle tante difficoltà che purtroppo ci sono sempre; ho amici/colleghi che lavorano alla Scala, in Germania, in America e alcuni che purtroppo non sono riusciti a seguire la loro strada. Io sono finito in Turchia ma sono felice perché posso fare quello che ho sempre sognato.
Per i consigli più terra-terra studiare tanto, tanto, tanto sapendo che nel 90% dei casi sono i maestri collaboratori che fanno l’opera e su di loro pesa tutta la responsabilità della preparazione! Ah, un’ultima cosa: fatevi un corso di psicologia  per cercare di capire cosa passa nella testa di certi cantanti…

[Intervista a cura di Margherita Colombo per Pianisti all’Opera]

 

“Ma una direttrice d’orchestra si veste da uomo o da donna?”

Un annetto e mezzo fa ho scritto un articoletto dedicato alla mia professione nell’immaginario sociale per il blog “Le Donne Visibili”. Mi è appena ricapitato tra le mani e ve lo ripropongo per inaugurare la riapertura del blog di Pianisti all’Opera!

“Ma una direttrice d’orchestra si veste da uomo o da donna? E com’è essere donna nel tuo settore?”

Dunque eccomi qui! Donna visibile, invisibile, presente, lontana, tenace, dubbiosa, entusiasta, timorosa, altruista, egoista. Sono una donna. E faccio un lavoro bellissimo di cui vado fiera, la musicista: oltre ad essere un lavoro stupendo in sé, si tratta anche di un’attività che spesso suscita negli altri una grande curiosità, perché in effetti in Italia le professioni legate all’arte sono ancora considerate qualcosa di singolare ed eccentrico. Ma entrando nello specifico del mio lavoro, la curiosità si acuisce talvolta in maniera molto prevedibile.

Ma lasciatemelo ripetere, sono una donna.

Per la prima volta sento di poter esprimere questo concetto in relazione al mio lavoro in totale libertà, proprio perché invitata dalle Donne Visibili a farlo. Perché altrimenti, quando parlo del mio lavoro, la domanda a volte inespressa, a volte appena accennata, ma sempre presente come un macigno su tutte le altre è: “Ma com’è essere donna, in questo lavoro?”.

Sono una direttrice d’orchestra.

Non di quelle famose, no. Non ancora almeno. D’altronde, chi mai conosce una direttrice donna se non gli addetti ai lavori? Marin Alsop, Simone Young, Speranza Scappucci tanto per citare le prime tre che mi vengono in mente sono ormai considerate tra le più importanti e apprezzate direttrici d’orchestra del mondo, ma il pubblico medio le ignora e continua a pensare che guidare l’orchestra sia roba da maschi.

Anche voi che mi leggete, probabilmente starete storcendo il naso nel leggere “direttrice d’orchestra”. Ma non si dovrebbe dire “Direttore”? Come “Maestro”, al maschile? In effetti, la tradizione linguistica italiana impone ancora oggi il maschile in molte professioni di carattere manageriale, come se usare il femminile ne svilisse in qualche modo l’autorità. Beh, io non credo proprio che il sesso possa in alcun modo influenzare un mestiere, quindi mi piace declinare al femminile il lavoro che mi riguarda: sono del parere che nominare le cose le renda reali e quotidiane. Adesso mi viene un po’ da ridere perché il correttore automatico di Word mi sta chiedendo se voglio sempre sostituire “direttrice” con “direttore”. No, caro correttore (o correttrice), grazie.

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E allora, parliamone.

Essere donna in una professione come questa porta inevitabilmente ad avere, almeno all’inizio, una buona dose di riflettori puntati addosso. Credo che sia normale: lo stesso capita – ad esempio – alle donne pilota (pilotesse?), manager, giudici, camioniste e così via.

Anni e anni di tv e cinema ci hanno abituati allo stereotipo della donna manager magra e bella (oppure bruttina ma solo se è nella squadra dei cattivi e perdenti), che indossa tacco 12 e tailleur, tratta male i sottoposti, super impegnata, sessista, stronza e single. Perché gli uomini se li mangia, oppure perché è un iceberg attratto solo dalla carriera.

Gli stessi film e serie tv ci ricordano che la camionista invece è nerboruta, tatuata e possibilmente lesbica.

La pilota va bene sempre, perché la donna in divisa è sexy a prescindere.

La giudice è generalmente una creatura asessuata, arcigna e con la parrucca.

Nei film le direttrici d’orchestra non sono ancora arrivate, ma se così fosse sono abbastanza sicura che sarebbero delle virago dal piglio militaresco, attraenti ma algide, passionali ma distanti.

Gli stereotipi ci accompagnano fin da piccole, qualunque sia la nostra personalità: abbiamo – o dovremmo avere – giochi da femmina, comportarci da femmina e pensare a un futuro da femmina; badate, questo non è un discorso femminista basato su generici slogan o modi di dire, ma qualcosa che vediamo ogni giorno, qualcosa che è diventato così normale che non lo vediamo nemmeno più: la nostra società è divisa – anche se a volte inconsciamente – in cose da uomo e cose da donna, che ci piaccia o no, per cui chi spezza questo equilibrio viene per lo meno notato.

Per fare questo lavoro la prima cosa da fare è infischiarsene ed essere consapevoli che anche alla direttrice d’orchestra più famosa del mondo verrà sempre chiesto “Com’è essere donna nel tuo lavoro?”, anche se la direttrice in questione ha appena diretto un concerto alla Scala, o inciso un magnifico cd, o riscoperto un’opera dimenticata.

La seconda domanda in genere è: “Ma quando dirigi ti vesti da uomo o da donna?”.

E va beh.

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Il secondo problema da affrontare è il podio. Tutti, uomini e donne, provano lo stesso panico misto a imbarazzo la prima volta che salgono su un podio di fronte a un’intera orchestra, centinaia di occhi che ti fissano aspettando un tuo gesto. Da donna figlia della società del nostro tempo, a volte può subentrare anche un fastidiosissimo senso di inadeguatezza del tipo sono-troppo-bassa / troppo-grassa / troppo-magra / non-mi-sono-truccata /sono-troppo-truccata / dovevo-vestirmi-in-un-altro-modo, dovuto ad anni di bombardamento sul nostro aspetto fisico. Per fortuna non dura che un istante, perché non è certo il tuo aspetto che deve conquistare l’orchestra: ti senti osservata, perché guardarti è il lavoro dell’orchestra che ti sta di fronte, e se a qualcuno scappa l’occhio in maniera poco professionale non è un problema della direttrice.

Mi sono diplomata in direzione d’orchestra sette anni fa e nel frattempo ho lavorato come pianista nei teatri (Korrepetitorin in Germania, maestro collaboratore in Italia) e come direttrice d’orchestra, cercando di affermarmi sempre di più in questo campo man mano che la mia esperienza e consapevolezza crescevano, fino a diventare Kapellmeisterin in un piccolo ma vivace teatro tedesco.

Ho notato che in Italia c’è ancora una maggiore curiosità nei confronti di una direttrice, ma non credo per malafede: penso sia piuttosto un involontario retaggio machista che quasi tutti i maschi italiani si portano dietro – e che le donne, altrettanto involontariamente, incoraggiano. In Germania non ho mai avuto l’impressione di essere sbirciata di sottecchi o giudicata per il mio essere donna: forse il pragmatismo tedesco prevale, e purché il leader sia efficiente, a loro non importa di che sesso sia.

Ma c’è differenza tra direttori e direttrici?

Da un certo punto di vista sì. C’è differenza nell’approccio, nello studio, nella sensibilità, nel porsi di fronte alla massa orchestrale. E c’è una grande differenza, grandissima, sul piano fisico. Il lavoro del direttore è quanto di più atletico si possa trovare nel mondo musicale: la sua sola presenza in piedi di fronte a tutti mostra come la figura fisica sia importante nella percezione degli orchestrali (altrimenti staremmo comodamente seduti anche noi, no?). Ma ciò che all’orchestra arriva non è l’aspetto fisico, bensì l’energia che un direttore è in grado di sprigionare dal podio; e per quanto indubbiamente l’energia femminile e maschile siano profondamente differenti, alla fine ciò che crea il risultato è il modo in cui l’orchestra reagisce a tale energia.

Una differenza dunque non molto dissimile da quella che passa tra due diversi individui, indipendentemente dal sesso: di fronte all’orchestra è la personalità del direttore a parlare, non necessariamente la persona.

[Margherita Colombo]

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