Una storia di #Resilienza e coraggio

La stagione 2021 del Teatro Coccia di Novara

Entrare in un teatro, in questi tempi di transizione per tutto il mondo dello spettacolo dal vivo, suscita sentimenti contrastanti ma più che mai vivi: emozione, speranza, frustrazione, nostalgia. Oggi è un anno esatto che i teatri italiani sono chiusi: dal 23 febbraio 2020, data in cui sono stati sospesi per decreto tutti gli eventi teatrali e concertistici, la musica anche se forse non si è mai fermata del tutto si è spostata su piattaforme più o meno virtuali, intrattenendo il suo pubblico tra social e streaming pur di non estinguersi nella coscienza collettiva. Siamo sopravvissuti, chi più, chi meno.

Questa mattina, varcare le soglie del Teatro Coccia di Novara è stata una vera boccata d’aria fresca: l’occasione è stata la presentazione della stagione, o meglio, della seconda metà della stagione inverno-primavera 2021 del piccolo, elegante teatro di tradizione piemontese. Perché una pandemia non è una buona ragione per rinunciare proprio a tutto, e se una programmazione a lungo termine, con titoli di grande repertorio e pieno organico non è ancora possibile, lo è invece trovare soluzioni smart, concrete e vivaci per rilanciare la vita culturale di una città che crede profondamente nel suo teatro.

Il Coccia, come tutti i teatri italiani, deve rispettare esigenze di distanziamento, rigide regole di contenimento del contagio, adottare strategie che consentano di fare cultura in piena sicurezza per gli artisti e per il pubblico. Molti enti hanno rinunciato in partenza: piuttosto che fare spettacoli in versione ridotta, meglio non fare nulla. E’ comprensibile. Come può essere possibile pensare a una Tosca con l’orchestra in buca in questo momento storico? Come si possono immaginare una Turandot, un Rigoletto senza coro, con i cantanti distanziati, un enorme dispiegamento di forze e cinquanta spettatori in sala? Non si può, è evidente. E allora meglio attendere tempi più propizi.

Non la pensa così il piccolo teatro novarese.

Essere un teatro di tradizione significa essere il centro della vita culturale di una città, il cuore pulsante dell’attività musicale, la fucina di idee e creatività che si fa espressione di una collettività capace di riconoscersi nel suo principale palcoscenico: il Coccia non ha voluto spegnere quella luce nel buio e ha proposto una serie di iniziative per stare al passo con questi tempi funesti senza perdere un’unghia di smalto, anzi se possibile riuscendo a portarsi in pole position con una serie di scommesse – vinte.

La stagione, che simbolicamente prende il nome di Resilienza, è un vero e proprio manifesto di quello che oserei definire un nuovo teatro di tradizione, o forse l’inizio di una nuova tradizione teatrale: compito del teatro è anche quello di farsi portavoce di un’esigenza artistica importante, ovvero dare voce al proprio tempo accanto alla tradizione secolare del melodramma. L’opera è viva e non sono pochi i compositori contemporanei capaci tuttora di portare in scena un’azione teatrale, un dramma in musica, un’opera lirica nuova: ecco il primo punto su cui il Teatro Coccia, nella persona del suo direttore Corinne Baroni, ha deciso di investire. La commissione di un’opera oggi ci suona quasi anacronistica, quasi che solo un Verdi o un Puccini potessero allacciare importanti scambi epistolari con librettisti e drammaturghi, trattare con gli impresari, modificare o cancellare intere scene durante le prove: siamo così abituati all’opera d’arte come fatto compiuto e immutabile, che ci dimentichiamo che prima di tutto l’opera nasce da una fine commistione tra arte e artigianato, da un lavoro di cesello fatto di matita e gomma e fogli strappati, da idee che si intrecciano e si sviluppano, cambiano, vivono insomma.

A Novara la stagione #Resilienza si propone di tornare ad aprire le porte della “bottega” del melodramma, producendo spettacoli originali e inediti secondo format adattabili di volta in volta alle esigenze sociali: prodotti per la visione su schermo (attenzione: non i soliti streaming in cui l’opera viene messa in scena e semplicemente ripresa come se fosse dal vivo, ma filmati originali, interattivi e lavorati anche in post-produzione per una fruizione ottimale da remoto) che però verranno riproposti in versione “pura” sul palco e dal vivo quando le condizioni lo permetteranno, spettacoli per grandi e piccoli, spettacoli di ampio respiro e micro-opere di pochi minuti per fare zapping operistico.

Le micro-opere in particolare sono un piccolo colpo di genio su cui vorrei spendere qualche parola. Appositamente commissionate nel 2021, sono delle vere e proprie opere autonome di dimensioni e durata molto contenute per un organico agile (da 1 a 9 strumenti) e numero ridotto di cantanti solisti. Le prime due micro-opere della stagione sono state realizzate a tempo di record dagli allievi dell’Accademia AMO del Teatro stesso, uno dei fiori all’occhiello della struttura novarese. Perché il Coccia non punta solo sull’attualità dal punto di vista artistico, ma anche sociale, investendo concretamente nella formazione dei giovani che partecipano così alla vita attiva del teatro accrescendo la propria esperienza grazie al lavoro diretto sul campo.

Nel corso della rassegna stampa è stata proiettata in anteprima la micro-opera “Un paio in tre” di Paola Magnanini, allieva del corso di composizione AMO, e realizzata in sinergia dalle classi di canto, regia e pianoforte (maestri collaboratori) dell’Accademia. Una piccola opera comica che parla di amicizia, amore, gelosia, solitudine, complicità…Tematiche ben note ai frequentatori dei teatri. Il tutto in una pratica confezione da viaggio, sette minuti di incanto e divertimento. Solo il tempo potrà dirci l’impatto di un simile esperimento: la facilità di fruizione è sicuramente un’idea vincente in questo periodo frenetico e distratto, ma puntare sull’elevata qualità del prodotto (perché tutto è di alto livello, dalla musica all’interpretazione al montaggio video) è un plus capace di trasformare un piccolo esperimento in un vero gioiello.

[M.C.]

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