#studiarelopera: con arte le carte convien qui scoprir!

Ormai ogni volta che inizio un corso per maestri collaboratori, i miei allievi sanno che nella top five dei brani che andranno studiati c’è il famigerato Finale II delle Nozze di Figaro. E’ come il prezzemolo: se non è in programma per la prima lezione, lo sarà nella seconda o probabilmente era tra i brani a scelta per l’esame di ammissione. 

Ma che poca fantasia, penseranno i giovani aspiranti maestri collaboratori che buttano un occhio sui miei corsi. E probabilmente hanno ragione, ma il motivo è semplice: quasi tutti i teatri del mondo richiedono un programma di audizione che include SEMPRE questo brano, considerato una vera e propria cartina tornasole per testare moltissime qualità che vengono richieste al korrepetitor, répétiteur, chef du chant o maestro collaboratore che sia. 

Ma le famigerate terzine delle pagine che accompagnano l’impetuoso ingresso di Antonio e le scalette al limite del virtuosismo del prestissimo finale non sono la sola (anche se temuta) difficoltà di queste quasi cento pagine di spartito. 

La complessità delle scene. L’incredibile senso per il teatro di Mozart e Da Ponte fa sì che questo finale costituisca quasi un atto a sé: in questi venti minuti non si giunge a una conclusione, un culmine dei due atti appena trascorsi, ma a un vero e proprio infittirsi dell’intreccio musicale e del plot narrativo e teatrale, incalzando gli eventi scena dopo scena. La varietà di emozioni espresse è pari al numero di personaggi che si avvicendano sulla scena: gelosia, rabbia, risentimento, nostalgia, senso di colpa. Paura, allegria (fasulla), inganno, audacia. Vendetta, speranza, coraggio, Schadenfreude. Sto andando a memoria, cercando di associare ad ogni scena una particolare caratteristica, ma è impossibile cercare di catalogare le emozioni di questo finale, perché ogni personaggio è così ben caratterizzato e sfaccettato da rendere impossibile un appiattimento delle figure in senso bidimensionale: i personaggi delle Nozze sono persone, e come tali non possono essere banalizzate in una descrizione di poche parole.

Ogni frase va studiata e compresa profondamente, perché Da Ponte ha fatto un lavoro davvero certosino di riduzione e condensazione della commedia di Beaumarchais, ancora più ricca di personaggi secondari e dettagli minuziosamente riportati in un gran numero di scene. Il librettista non tralascia nulla: solo che molti dettagli che nella commedia vengono sparsi qua e là, detti e ripetuti in modo che lo spettatore li comprenda bene, nell’opera vengono condensati in una sola frase o additittura una sola parola! Spetta dunque al cantante, e quindi al suo maestro preparatore e al direttore essere attenti e ben preparati sul libretto tanto quanto sulla musica. Troppe volte si lasciano sfuggire parole che invece dovrebbero essere caricate di significato perché magari solo in una scena successiva si riveleranno illuminanti! 

Un esempio banale: nel recitativo che precede la magnifica aria del Conte, spesso scorre senza troppa attenzione la frase “e poi v’è Antonio che a un incognito Figaro ricusa di dare una nipote in matrimonio”. Al baritono che studia solo l’aria senza guardare il resto del ruolo, questa frase risulta incomprensibile – che c’entra Antonio? Non era semplicemente il giardiniere? – ma raramente vi dà peso: basta cantarla bene, le parole non sono importanti. Niente di più sbagliato. In questa frase ci sono già due indizi importanti e illuminanti al fine della storia: Antonio è lo zio e tutore legale di Susanna (e quindi non è solo il mezzo ubriacone che bercia di garofani distrutti) ed è contrario alle nozze con Figaro (elemento che quindi il Conte vuole ipocritamente sfruttare a suo favore), ma perché si oppone al matrimonio? Perché Figaro è “incognito”! Non nel senso di “sconosciuto”, “uno qualunque”, ma nel senso etimologico del termine: di nascita ignota, senza famiglia/cognome. E così la rivelazione nel recitativo secco che precede il bellissimo sestetto (“Riconosci in questo amplesso”) non appare più così improvvisa e gratuita come talvolta invece avviene. Se per l’ascoltatore la differenza è impercettibile, non lo è invece per gli interpreti, che con una maggiore attenzione al testo riusciranno a costruire personaggi più credibili e profondi.

La difficoltà tecnica. Inutile girarci intorno: Mozart è…Mozart. Che sia una sonata per pianoforte, un concerto per violino, una sinfonia o un’opera, la grande difficoltà dell’opera di questo autore è quella di riuscire a rendere la trasparenza cristallina, l’ironia e allo stesso tempo il candore, la serenità, la dolce malinconia, la gioia pura che traspaiono costantemente dalla sua musica. Perché è difficile togliersi la maschera e trovarsi nudi di fronte a una musica semplicemente “vera” come quella di Mozart.

L’ulteriore difficoltà per il maestro collaboratore è quella di riuscire a dare l’idea della sonorità orchestrale con i mezzi del pianoforte: bisogna osservare con grande precisione tutte le articolazioni presenti in partitura cercando di suonare con consapevolezza le diverse sezioni orchestrali. Cercare di interiorizzare i diversi tipi di staccato di archi e fiati, trovare quella luce speciale che illumina la pagina quando entrano i legni…Ovviamente attenzione a non trasformare lo studio in un esercizio sterile: “far suonare il pianoforte come un’orchestra” spesso non deriva da un preciso modo di suonare, quanto da una conoscenza il più approfondita possibile della partitura: il pianista che riconosce la differenza tra un attacco dei legni da quello dei violini osserverà e leggerà il gesto del direttore con un grado di consapevolezza maggiore, e in qualche modo il tocco sul pianoforte risponderà in maniera diversa.

La gestione del tempo. Difficile per il direttore, ma anche per il maestro preparatore, organizzare scientemente i numerosi cambi di tempo che la partitura del Finale II propone. Uno stacco di tempo sbagliato può far traballare tutta l’esecuzione, perché anche nel caso in cui non si volessero organizzare rigidamente i cambi di tempo secondo il metro delle proporzioni, un collegamento naturale tra una scena e l’altra deve esserci per non rischiare un’esecuzione frammentaria e slegata. E’ quindi importante avere una buona organizzazione mentale in testa dal primo Allegro al turbinoso Presto finale.

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