MASTERCLASS PER MAESTRI COLLABORATORI

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MASTERCLASS PER MAESTRI COLLABORATORI

M° Margherita Colombo

Salso Master Class & Festival

9-16 luglio 2018
Salsomaggiore Terme

 

 

PROGRAMMA

La Masterclass per maestri collaboratori prevede l’approfondimento della professione del maestro collaboratore per l’opera lirica nelle sue variegate sfumature: studio ed analisi del repertorio, prassi esecutiva, riduzione al pianoforte degli spartiti d’opera accennando le parti vocali, oltre che elementi di concertazione e direzione d’orchestra, fondamentali per completare la figura professionale del maestro collaboratore.

Il corso è rivolto a tutti i pianisti che vogliano approfondire la professione del maestro collaboratore con particolare riferimento ai programmi d’audizione comunemente richiesti nei principali teatri europei e ai pianisti che abbiano interesse nell’affrontare lo studio di un’opera italiana dal punto di vista esecutivo e stilistico.Possibilità di collaborare con la classe di direzione d’orchestra.

 REPERTORIO
a) Brani per audizioni

  •  MOZART
    “Nozze di Figaro” – Finale II Atto (ed. Baerenreiter) e un recitativo a scelta tra “Hai già vinta la causa”, “E Susanna non vien” e “Giunse alfin il momento”
    “Die Zauberflöte” – Recitativo dal Finale I atto (“Die Weisheitslehre dieser Knaben”)
  •  STRAUSS
    “Elektra” – Mägdeszene (dall’inizio a 32)
    “Der Rosenkavalier” – Einleitung (dall’inizio a 27)
  • BIZET
    “Carmen” – Quintetto
  • PUCCINI
    “La Boheme” – Quadro I dall’ingresso di Schaunard (10-22) e Quadro II

 

REPERTORIO
b) Opere complete o parti di esse a scelta tra le seguenti:

  • Tosca
  • Boheme
  • Madama Butterfly
  • Traviata
  • Rigoletto
  • Trovatore
  • Elisir d’amore
  • Don Pasquale
  • Barbiere di Siviglia
  • La cambiale di matrimonio

 

Totale Corso: € 350,00

Costo: € 250,00 + € 100,00 (Tassa Iscrizione al corso)

ISCRIZIONE

Il modulo d’iscrizione (CONSULTABILE QUI) deve essere compilato in tutte le sue parti e accompagnato dall’invio alla mail segreteria@imusicidiparma.it della documentazione allegata in formato digitale.

Per informazioni

Carlo D’Alessandro Caprice
Telefono: +39 348 70 31 985
E-mail: direzioneartistica@imusicidiparma.it

Elisabetta Pe
E-mail: segreteria@imusicidiparma.it

TUTTE LE INFORMAZIONI SULLE MASTERCLASS SALSO SUMMER CLASS&FESTIVAL DISPONIBILI SUL SITO! Clicca qui.

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Pianisti all’Opera: JONATHAN SANTAGADA

Dopo il successo e l’interesse suscitato dall’intervista a Paolo Villa ho deciso di continuare a raccontare le storie di musicisti che hanno affrontato la professione di maestro collaboratore in Italia o all’estero. Una figura complessa, quella del maestro collaboratore: dalle conversazioni scaturite qua e là su questo blog, nella pagina facebook correlata o nelle chiacchierate tra colleghi si evince che la parola più adatta per descrivere questo musicista sia VERSATILITA’. Un lavoro complesso e sfaccettato che per la maggior parte si svolge dietro le quinte, ecco perché Pianisti all’Opera si propone di far conoscere il più possibile la professione e i suoi protagonisti portandoli finalmente sotto i riflettori. Ed è con grande piacere che oggi vi presentiamo la nostra intervista a Jonathan Santagada, maestro collaboratore, pianista e direttore d’orchestra attualmente impiegato presso il Covent Garden di Londra.

Jonathan Santagada si è specializzato nella professione di maestro collaboratore presso il Teatro Lirico Sperimentale “A. Belli” di Spoleto dopo aver conseguito il diploma di pianoforte presso il Conservatorio G. Verdi di Torino e il perfezionamento pianistico presso il Conservatoire Supérieur de Musique di Lione. In qualità di pianista e direttore d’orchestra ha collaborato con prestigiosi teatri quali il Teatro di Basilea, il Teatro Regio di Torino, l’Opera North e il Covent Garden, dove lavora tuttora. 

Chi sei?
Non è facile descriversi, oggi ti risponderei un direttore d’orchestra ma credo che musicista sia la definizione che più mi piace, sono riuscito a farmelo scrivere perfino sulla carta d’identità. Il funzionario insisteva che dovevo essere iscritto all’albo, come un avvocato…alla fine lo convinsi!
L’opera che ami di più?
Tosca
Perché?
Perché c’è tutto, è un thriller, è un film dall’inizio alla fine, ogni singola nota la puoi “vedere”, temi di una bellezza incredibile e personaggi di una forza comunicativa straordinaria. Ho sempre sognato di dirigerla e adoro suonarla.

Come sei diventato un maestro collaboratore? Caso, passione o necessità?
L’inizio è stato casuale, nei dieci anni di Conservatorio non avevo mai sentito queste due parole, sapevo che alcuni pianisti, quelli meno bravi,  “accompagnavano i cantanti”, ma nulla di più. Dopo il biennio scoprii per caso il corso per maestri collaboratori del Teatro Lirico Sperimentale “A. Belli” di Spoleto, andai a fare l’audizione prendendo un mitico intercity da Torino, che tra l’altro fece un ritardo storico, e vinsi! Mi si aprì letteralmente un mondo, e per una serie di coincidenze diventai il primo pianista delle produzioni, conobbi il M° Marco Boemi che diventò il mio Maestro di direzione e il M° Giuliano Betta con cui collaborai successivamente al Teatro di Basilea. Poi cominciai a fare audizioni in Francia e Inghilterra e iniziai ad avere i primi contratti, quindi presi coraggio e decisi di tentare l’audizione dello Young Artists Programme del Covent Garden.
E quando hai iniziato a pensare alla professione di direttore d’orchestra?
Come molti colleghi sanno, al maestro collaboratore può essere chiesto di dirigere le famose bande di palcoscenico, un lavoro molto delicato che se fatto male può creare danni seri. La prima banda che mi affidarono al Teatro di Basilea fu quella di “Un ballo in maschera”, una delle più ostiche in assoluto. A quanto pare me la cavai e decisero di farmi fare l’assistente per l’opera successiva, “Lo Speziale” di Haydn. La produzione fu un grosso successo e il sovrintendente del teatro decise di aggiungere delle recite per fare cassa, ma in una di queste nuove date il direttore non era disponibile. Nel frattempo avevo cominciato a lavorare come vocal coach al Royal Northern College of Music e mi arrivò una chiamata a sorpresa in cui mi offrivano di dirigere quella recita. Ci pensai un pochino e poi accettai. La recita andò molto bene e da lì cominciai a pensare che quel lavoro potesse fare per me.

Grazie al tuo lavoro hai avuto l’opportunità di vivere in diversi Paesi europei: quali ti sono rimasti nel cuore?
Beh, senza dubbio è d’obbligo iniziare dall’Italia: è un paese straordinario a cui devo moltissimo e di cui sento una nostalgia molto forte. Purtroppo però è una Nazione che ha dimenticato un’intera generazione e in cui il merito non sempre viene valorizzato. All’estero non è tutto rosa e fiori ma si ha la possibilità di provare, di sbagliare, di farsi notare e si riceve una risposta alle e-mail!
Francia e Svizzera invece?
La Francia è un paese che ho imparato ad amare, ma l’inizio non è stato facilissimo…l’Italia aveva appena vinto i mondiali, e io non parlavo una parola di francese. E poi era la prima volta fuori casa, ricordo lo sguardo perso di fronte alla lavatrice…ma durò poco, e penso che quell’esperienza abbia inciso profondamente sulla mia formazione musicale e in qualche modo mi abbia aperto la mente per ciò che poi sarebbe accaduto dopo.
In Svizzera si lavora benissimo, tutto è ordinato, le macchine inchiodano appena metti la punta delle scarpe sulle strisce pedonali e i bambini entrano a scuola in fila per due. Ricordo poi un fiscalissimo doganiere alla stazione di Basilea, controllava tutti e faceva molte domande. Quando arrivò il mio turno gli dissi che ero un musicista e lavoravo in teatro, mi lasciò subito passare guardandomi come se gli avessi detto che ero il Primo Ministro! Magari era solo un amante dell’opera, chissà, però dice molto sul rispetto per la musica che si respira in quel paese. E infatti è l’unica Nazione al mondo che ha l’educazione musicale nella Costituzione! Difetti direi che si paga anche l’aria che respiri e dopo le sei di sera la gente scompare dalle strade, non ho mai capito perché.
E infine l’Inghilterra.
Sì, ci vivo da sei anni e lo considero ormai il mio secondo Paese. Qui la meritocrazia si tocca con mano. Sia al Royal Northern College of Music che al Covent Garden non conoscevo nessuno, ho fatto la domanda online e sono stato invitato alle audizioni. Se devo trovarle un difetto direi senza dubbio il tempo, che non è manco colpa sua per carità, ma a volte supera ogni limite… ricordo un luglio a Manchester coi riscaldamenti accesi! Sul cibo non voglio infierire.

Da musicista espatriata in Germania mi sento di offrirti la mia massima solidarietà in merito. Ma torniamo a noi e alla figura centrale del nostro blog: s
econdo la tua esperienza di pianista, quali sono le qualità imprescindibili che un buon maestro collaboratore deve avere?
Beh, nonostante il luogo comune che ai miei tempi circolava in conservatorio secondo cui i maestri accompagnatori sarebbero pianisti di serie B, indubbiamente bisogna essere degli ottimi pianisti ed essere in grado di imparare molta musica in tempi brevi. Poi bisogna essere in grado di lavorare con i cantanti, essere un po’ psicologi e cercare di ottenere il massimo con i dovuti modi. Non solo: è necessario, ahimè, saper cantare un pochino. Spesso in prova manca un cantante e serve qualcuno che canti le linee mancanti…se non lo fa il direttore tocca al pianista!
Importantissima la prima vista, arriverà sempre l’aria che nemmeno IMSLP Petrucci conosce , ma il cantante si!
Non guastano nemmeno alcune nozioni di direzione: anche se non volete fare i direttori succederà prima o poi che vi chiederanno di dirigere una prova, o un interno di palcoscenico; per trovare più facilmente lavoro inoltre è utile conoscere due o tre lingue – oltre ad essere fondamentale nel lavoro con i cantanti.
Ah, dimenticavo: bisogna ridere alle battute del Maestro. Sempre!

Londra per il mondo del teatro è sinonimo di Covent Garden. Ti rendi conto di lavorare in una sorta di mito, o lavorandoci dall’interno ci si accorge che un teatro vale l’altro?  
Il Covent Garden è sicuramente un posto speciale, per la sua storia e per la qualità dei cast e delle produzioni che vengono messe in scena. Vivere tutto ciò dall’interno è emozionante e allo stesso tempo mette una certa pressione con cui bisogna fare i conti. Alcune recite vanno in diretta mondiale nei cinema, diverse prove vengono filmate e finiscono nei notiziari, alcuni eventi vanno in diretta su youtube, e tu magari rimugini per mesi e mesi su quella notina sbagliata…Quindi credo che onestamente la risposta sia si, si percepisce di essere in un teatro speciale.

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Inoltre in un teatro del genere hai la fortuna di fare musica con grandi Maestri, no? Leggo che parte del tuo lavoro consiste nell’affiancare Antonio Pappano nelle sue produzioni. Com’è lavorare con lui?
Lavorare con Antonio Pappano è certamente un’esperienza unica. Ho avuto la fortuna di lavorare moltissimo con lui, in questi giorni stiamo facendo “Lady Macbeth of Mcensk” di Shostakovich ed è la mia decima produzione con lui! Ha un carisma enorme e riesce ad ottenere dall’orchestra e dai cantanti sempre il massimo – e anche da noi! Oltre ad essere famoso come direttore lo è anche come pianista, la mia prima opera in cui feci il “chief repetiteur” con lui fu una nuova produzione del “Guglielmo Tell”! Puoi immaginare quanto fossi rilassato!
Altre superstar degne di nota?
Sicuramente Jonas Kaufmann, lavorare con lui in Andrea Chénier e Otello è stato incredibile. E’ un artista completo, preparatissimo e di una musicalità rara. Però nei dovrei citare tanti altri….posso? Bryn Terfel, Anna Netrebko, Ermonela Jaho, Joyce DiDonato, Sondra Radvanovsky, Sonya Yoncheva, Alessandro Corbelli, Ildebrando D’Arcangelo, Gerald Finley…
Le porte del Covent Garden ti sono state aperte grazie al programma per giovani artisti “in residence” Jette Parker. Come funziona? E’ stato utile?
Il programma Jette Parker del Covent Garden è strutturato in maniera tale da fornire il massimo delle opportunità a cantanti, registi e pianisti/direttori. Si viene immediatamente immersi nel mondo del teatro, il programma è parte integrante della macchina teatrale; i cantanti cantano i ruoli comprimari nelle produzioni e fanno i cover per i ruoli più grandi, i pianisti/direttori suonano immediatamente nelle prove di scena e musicali, dirigono gli interni, suonano in orchestra, fanno i suggeritori all’occorrenza, e hanno l’opportunità di dirigere due produzioni dello “Young Artist” più due gala nella sala principale con l’orchestra del teatro. E trovarsi su quel podio, con l’orchestra della Royal Opera House,  fa una certa impressione!

Futuri progetti?
Questa estate dirigerò “Madama Butterfly” e “L’elisir d’amore” per il Mediterranean Opera Festival in Sicilia, “Henry V” di William Walton al New Generation Festival a Firenze, e poi dirigerò la mia amata “Tosca” all’Opera North in autunno. Come assistente  lavorerò all’Opéra National de Paris con il M° Nicola Luisotti, al Teatro Real di Madrid con il M° Maurizio Benini e poi tornerò per altri progetti al Covent Garden.

Cosa raccomanderesti a un giovane musicista che voglia affacciarsi al mondo dell’opera?
Consiglierei di essere molto convinto di voler fare questo lavoro, deve essere un mestiere per cui non si  può fare a meno, non è un lavoro normale, e bisogna accettare che inevitabilmente la vita inizierà a girare intorno all’opera. Detto ciò cercate subito delle opportunità di entrare a contatto con i teatri,  eviterei di collezionare bienni in Conservatorio e di rimanere parcheggiati in corsi e master spesso molto costosi e tenuti da chi il lavoro non lo fa!

[Intervista a cura di Margherita Colombo per Pianisti all’Opera]

Pianisti all’Opera: PAOLO VILLA

La figura del maestro collaboratore è ancora, per i non addetti ai lavori, qualcosa di oscuro e sconosciuto. Già il fatto che nel titolo manchi l’indicazione dello strumento lo classifica come un lavoro nebuloso, poco artistico e certamente non sensazionale. Ma chi lavora in teatro sa che il maestro collaboratore (o maestro accompagnatore, o maestro sostituto) è uno dei cardini dell’opera, a partire dalle primissime fasi di studio del ruolo da parte dei cantanti fino alla messa in scena vera e propria dello spettacolo. In Germania si chiama Korrepetitor. Nei paesi anglosassoni Vocal coach. In Francia Répétiteur.
Ma insomma, che fa ‘sto maestro collaboratore?
La risposta è: TUTTO.

Questo blog e la pagina Facebook correlata, dedicati all’opera ma più in particolare proprio alla figura del Maestro collaboratore, vuole portare finalmente i Pianisti all’opera davanti alle quinte: ed è con grande piacere che oggi vi presentiamo la nostra prima intervista a Paolo Villa, maestro collaboratore, pianista e direttore d’orchestra milanese attivo nel suo lavoro principalmente in Turchia.

Dopo gli studi in Pianoforte, Composizione, Clavicembalo, Musica Vocale da Camera e Direzione d’orchestra a Bologna, Chioggia e Milano, Paolo Villa si è dedicato principalmente all’accompagnamento in corsi, masterclass e concorsi nazionali e internazionali. Ha iniziato a lavorare in Turchia nel 2005 presso il Teatro di Smirne come maestro sostituto, cembalista e direttore d’orchestra per poi spostarsi nel 2008 al Teatro di Stato di Istanbul, dove, accanto alla sua attività da direttore d’orchestra, è diventato dal 2015 anche Maestro del coro del Teatro. 

Chi sei?
Sembra una risposta ovvia ma quando qualcuno me lo chiede non so rispondere e la prima cosa che mi viene in mente è “musicista”; poi di solito nessuno capisce cosa ho detto e mi chiedono: “ma cosa fai”? Forse perchè ho fatto e voglio sempre fare mille cose diverse o forse perchè credo nella musica la mia risposta è sempre uguale… beh forse non sono un maestro collaboratore modello…
Come sei diventato un maestro collaboratore? Caso, passione o necessità?
All’inizio è stato un caso; ad un corso di perfezionamento pianistico conobbi il maestro Umberto Finazzi; io ero un po’ in alto mare pensando ad una mia eventuale carriera come solista che non decollava e parlando mi disse: “Io faccio dei corsi estivi per maestri collaboratori, ci divertiamo…se vuoi vieni”. Ed è stata la folgorazione.
Definisci il tuo lavoro in tre parole.
Appassionante, unico e adatto solo a persone con un pizzico di follia.
La partitura che ami di più?
La “Bohéme” di Puccini.
Perché?
È forse una delle poche partiture che ho avuto modo di suonare, dirigere e prepararne il coro; l’ho studiata ed eseguita mille volte ma mi da sempre tantissime emozioni e alla fine piango sempre come un bambino.
Fare il maestro collaboratore: una professione che si impara a scuola o si vive sul campo?
Il mio primo maestro di direzione d’orchestra mi disse che la direzione l’avremmo imparata 50% a lezione e 50% con le figuracce davanti all’orchestra…Sì, bisogna studiare (e tanto) ma per il nostro lavoro l’esperienza sul campo è stata per me l’80%.

Da oltre dieci anni vivi e lavori in Turchia. Scusa la curiosità, ma come ci sei finito?
Ancora un caso; nel 2005 dopo aver fatto tanti studi e tanti lavori senza mai approdare a nulla di concreto, una cantante di un’agenzia mi disse che una sua vecchia amica pianista a Smirne chiedeva se qualcuno era disponibile ad andare laggiù perché avevano bisogno di un maestro italiano. E così decisi di provare la nuova avventura che mi ha portato appunto prima a Smirne e successivamente a Istanbul.
Essere la persona giusta al momento giusto è spesso un fattore importante nel nostro lavoro! Raccontaci un po’ del tuo lavoro in Turchia.
Un maestro italiano all’estero fa sempre cool e devo dire che la Turchia mi ha dato la possibilità di fare tante cose che in Italia forse non avrei avuto modo nemmeno di provare; forse ho anche un pochino di talento ma ho avuto ed ho incarichi di responsabilità come assistente di direttori d’orchestra, come responsabile per il repertorio italiano e in ultimo come maestro del coro; il lavoro più lungo e faticoso è ovviamente la dizione e cercare di spiegare e far vivere a queste persone quello che noi italiani abbiamo nel sangue: l’opera!
Qualche lato negativo purtroppo c’è: qui il limite maggiore è dovuto al fatto che la cultura e più nello specifico l’ambiente teatrale è tutto gestito dall’apparato statale e, come forse saprete, la politica turca non è molto a favore dell’arte quindi diciamo che si può arrivare fino ad un certo livello poi ci si ferma…e per un romanticone come me questo fa sempre un po’ male, perché la mia voglia di fare musica si scontra spesso con la rigidità burocratica degli impiegati statali…
Il teatro d’opera in un Paese come la Turchia funziona? Non è un tipo di spettacolo troppo lontano dalla sensibilità e dalla cultura del luogo?
Sembrerà strano ma qui ogni opera, balletto o concerto fa sempre il tutto esaurito; certo in un Paese come questo tutta la musica classica rimane un po’ di nicchia ma non ci possiamo lamentare. Bisogna ricordare che qui l’opera ha una storia di circa 80 anni… prima non esisteva se non in forme private alla corte del sultano. In Turchia ci sono 6 teatri d’opera, tutti statali, con programmazioni “classiche” (principalmente opere di repertorio e ogni tanto qualche azzardo tipo Rake’s progress, Ariadne auf Naxos e qualche barocco), tutto eseguito in lingua originale con sovratitoli in turco; c’è anche un piccolo repertorio di opere turche. Istanbul è il teatro più grande; abbiamo una stagione con otto opere (due nuovi allestimenti e sei di repertorio), altrettanti balletti e una stagione concertistica. In teatro lavorano circa cento coristi, altrettanti orchestrali, una quarantina di solisti, sette pianisti, un direttore di coro (io) e tre direttori d’orchestra, più una compagnia di ballo che conta (credo) una sessantina di artisti: la compagnia è fissa, di tanto in tanto viene invitato un direttore ospite ma ormai si tende a fare “tutto in casa”.
Una domanda forse stupida ma d’obbligo: parli il turco?
Si ormai lo conosco perfettamente. Per lavorare all’estero come sai bene è importante parlare la lingua, altrimenti verrai sempre visto come lo straniero che non fa parte di loro…

Se non avessi fatto il musicista chi saresti oggi?
Ringrazierò sempre mio papà che ai tempi del liceo mi disse di continuare a studiare altro nel caso non mi fosse andata bene come musicista; sono diplomato in elettronica e telecomunicazioni, ho continuato a interessarmi ai computer (quest’anno ho avuto la certificazione italiana ufficiale per il programma di notazione musicale Finale) e sì, se non fossi musicista sicuramente mi piacerebbe lavorare nel campo dell’informatica.
Cosa raccomanderesti a un giovane aspirante maestro collaboratore?
Secondo la mia esperienza prima di tutto che ognuno ha la sua strada e bisogna sempre tirare dritto senza fermarsi davanti alle tante difficoltà che purtroppo ci sono sempre; ho amici/colleghi che lavorano alla Scala, in Germania, in America e alcuni che purtroppo non sono riusciti a seguire la loro strada. Io sono finito in Turchia ma sono felice perché posso fare quello che ho sempre sognato.
Per i consigli più terra-terra studiare tanto, tanto, tanto sapendo che nel 90% dei casi sono i maestri collaboratori che fanno l’opera e su di loro pesa tutta la responsabilità della preparazione! Ah, un’ultima cosa: fatevi un corso di psicologia  per cercare di capire cosa passa nella testa di certi cantanti…

[Intervista a cura di Margherita Colombo per Pianisti all’Opera]

 

“Ma una direttrice d’orchestra si veste da uomo o da donna?”

Un annetto e mezzo fa ho scritto un articoletto dedicato alla mia professione nell’immaginario sociale per il blog “Le Donne Visibili”. Mi è appena ricapitato tra le mani e ve lo ripropongo per inaugurare la riapertura del blog di Pianisti all’Opera!

“Ma una direttrice d’orchestra si veste da uomo o da donna? E com’è essere donna nel tuo settore?”

Dunque eccomi qui! Donna visibile, invisibile, presente, lontana, tenace, dubbiosa, entusiasta, timorosa, altruista, egoista. Sono una donna. E faccio un lavoro bellissimo di cui vado fiera, la musicista: oltre ad essere un lavoro stupendo in sé, si tratta anche di un’attività che spesso suscita negli altri una grande curiosità, perché in effetti in Italia le professioni legate all’arte sono ancora considerate qualcosa di singolare ed eccentrico. Ma entrando nello specifico del mio lavoro, la curiosità si acuisce talvolta in maniera molto prevedibile.

Ma lasciatemelo ripetere, sono una donna.

Per la prima volta sento di poter esprimere questo concetto in relazione al mio lavoro in totale libertà, proprio perché invitata dalle Donne Visibili a farlo. Perché altrimenti, quando parlo del mio lavoro, la domanda a volte inespressa, a volte appena accennata, ma sempre presente come un macigno su tutte le altre è: “Ma com’è essere donna, in questo lavoro?”.

Sono una direttrice d’orchestra.

Non di quelle famose, no. Non ancora almeno. D’altronde, chi mai conosce una direttrice donna se non gli addetti ai lavori? Marin Alsop, Simone Young, Speranza Scappucci tanto per citare le prime tre che mi vengono in mente sono ormai considerate tra le più importanti e apprezzate direttrici d’orchestra del mondo, ma il pubblico medio le ignora e continua a pensare che guidare l’orchestra sia roba da maschi.

Anche voi che mi leggete, probabilmente starete storcendo il naso nel leggere “direttrice d’orchestra”. Ma non si dovrebbe dire “Direttore”? Come “Maestro”, al maschile? In effetti, la tradizione linguistica italiana impone ancora oggi il maschile in molte professioni di carattere manageriale, come se usare il femminile ne svilisse in qualche modo l’autorità. Beh, io non credo proprio che il sesso possa in alcun modo influenzare un mestiere, quindi mi piace declinare al femminile il lavoro che mi riguarda: sono del parere che nominare le cose le renda reali e quotidiane. Adesso mi viene un po’ da ridere perché il correttore automatico di Word mi sta chiedendo se voglio sempre sostituire “direttrice” con “direttore”. No, caro correttore (o correttrice), grazie.

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E allora, parliamone.

Essere donna in una professione come questa porta inevitabilmente ad avere, almeno all’inizio, una buona dose di riflettori puntati addosso. Credo che sia normale: lo stesso capita – ad esempio – alle donne pilota (pilotesse?), manager, giudici, camioniste e così via.

Anni e anni di tv e cinema ci hanno abituati allo stereotipo della donna manager magra e bella (oppure bruttina ma solo se è nella squadra dei cattivi e perdenti), che indossa tacco 12 e tailleur, tratta male i sottoposti, super impegnata, sessista, stronza e single. Perché gli uomini se li mangia, oppure perché è un iceberg attratto solo dalla carriera.

Gli stessi film e serie tv ci ricordano che la camionista invece è nerboruta, tatuata e possibilmente lesbica.

La pilota va bene sempre, perché la donna in divisa è sexy a prescindere.

La giudice è generalmente una creatura asessuata, arcigna e con la parrucca.

Nei film le direttrici d’orchestra non sono ancora arrivate, ma se così fosse sono abbastanza sicura che sarebbero delle virago dal piglio militaresco, attraenti ma algide, passionali ma distanti.

Gli stereotipi ci accompagnano fin da piccole, qualunque sia la nostra personalità: abbiamo – o dovremmo avere – giochi da femmina, comportarci da femmina e pensare a un futuro da femmina; badate, questo non è un discorso femminista basato su generici slogan o modi di dire, ma qualcosa che vediamo ogni giorno, qualcosa che è diventato così normale che non lo vediamo nemmeno più: la nostra società è divisa – anche se a volte inconsciamente – in cose da uomo e cose da donna, che ci piaccia o no, per cui chi spezza questo equilibrio viene per lo meno notato.

Per fare questo lavoro la prima cosa da fare è infischiarsene ed essere consapevoli che anche alla direttrice d’orchestra più famosa del mondo verrà sempre chiesto “Com’è essere donna nel tuo lavoro?”, anche se la direttrice in questione ha appena diretto un concerto alla Scala, o inciso un magnifico cd, o riscoperto un’opera dimenticata.

La seconda domanda in genere è: “Ma quando dirigi ti vesti da uomo o da donna?”.

E va beh.

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Il secondo problema da affrontare è il podio. Tutti, uomini e donne, provano lo stesso panico misto a imbarazzo la prima volta che salgono su un podio di fronte a un’intera orchestra, centinaia di occhi che ti fissano aspettando un tuo gesto. Da donna figlia della società del nostro tempo, a volte può subentrare anche un fastidiosissimo senso di inadeguatezza del tipo sono-troppo-bassa / troppo-grassa / troppo-magra / non-mi-sono-truccata /sono-troppo-truccata / dovevo-vestirmi-in-un-altro-modo, dovuto ad anni di bombardamento sul nostro aspetto fisico. Per fortuna non dura che un istante, perché non è certo il tuo aspetto che deve conquistare l’orchestra: ti senti osservata, perché guardarti è il lavoro dell’orchestra che ti sta di fronte, e se a qualcuno scappa l’occhio in maniera poco professionale non è un problema della direttrice.

Mi sono diplomata in direzione d’orchestra sette anni fa e nel frattempo ho lavorato come pianista nei teatri (Korrepetitorin in Germania, maestro collaboratore in Italia) e come direttrice d’orchestra, cercando di affermarmi sempre di più in questo campo man mano che la mia esperienza e consapevolezza crescevano, fino a diventare Kapellmeisterin in un piccolo ma vivace teatro tedesco.

Ho notato che in Italia c’è ancora una maggiore curiosità nei confronti di una direttrice, ma non credo per malafede: penso sia piuttosto un involontario retaggio machista che quasi tutti i maschi italiani si portano dietro – e che le donne, altrettanto involontariamente, incoraggiano. In Germania non ho mai avuto l’impressione di essere sbirciata di sottecchi o giudicata per il mio essere donna: forse il pragmatismo tedesco prevale, e purché il leader sia efficiente, a loro non importa di che sesso sia.

Ma c’è differenza tra direttori e direttrici?

Da un certo punto di vista sì. C’è differenza nell’approccio, nello studio, nella sensibilità, nel porsi di fronte alla massa orchestrale. E c’è una grande differenza, grandissima, sul piano fisico. Il lavoro del direttore è quanto di più atletico si possa trovare nel mondo musicale: la sua sola presenza in piedi di fronte a tutti mostra come la figura fisica sia importante nella percezione degli orchestrali (altrimenti staremmo comodamente seduti anche noi, no?). Ma ciò che all’orchestra arriva non è l’aspetto fisico, bensì l’energia che un direttore è in grado di sprigionare dal podio; e per quanto indubbiamente l’energia femminile e maschile siano profondamente differenti, alla fine ciò che crea il risultato è il modo in cui l’orchestra reagisce a tale energia.

Una differenza dunque non molto dissimile da quella che passa tra due diversi individui, indipendentemente dal sesso: di fronte all’orchestra è la personalità del direttore a parlare, non necessariamente la persona.

[Margherita Colombo]

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Due piccole Turandot

Recensioni:
TURANDOT La principessa di gelo – Nina Tanzi, Andrea Pulcini (Lemma Press)
&
TURANDOT – Libro da colorare a cura di Lydia Easley, Carlene Easley, Gabriel Cortinas e Gaia Cortinas (Prinp Editore)

L’opera è per tutti, grandi e piccini. Ognuno legge nell’opera ciò che il suo mondo gli racconta: le Nozze di Figaro, ad esempio, rappresenteranno per un bambino una rocambolesca commedia in cui gli adulti si complicano la vita inutilmente, senza notare le mille sfumature maliziose e le implicazioni sociali che Da Ponte e Mozart hanno nascosto nel testo. In Elisir d’amore i più piccoli rimarranno affascinati da Dulcamara e rideranno delle sventure del sempliciotto Nemorino, senza cercare parallelismi con la società odierna. Nel Flauto magico l’eterna lotta tra Bene e Male, Luce e Oscurità sarà per i bambini evidente, al pari di una delle loro fiabe più amate.

Ma le altre opere?
Quelle in cui sangue, passione, amore e morte fanno ribollire ogni pagina infiammando gli animi degli ascoltatori? Certamente affrontare un’opera tragica senza turbare i sonni del giovane pubblico non è cosa semplice.
Ma recentemente ho avuto modo di constatare felicemente che molti autori stanno affrontando l’argomento con grande intelligenza e la complicità di piccole case editrici illuminate.

Nelle scorse settimane ho ricevuto due libri che vi raccomando molto volentieri, entrambi ispirati alla Turandot di Puccini, un capolavoro della letteratura operistica, ma non certo la storia più adatta a un pubblico infantile.
In modi diversi, sia la coppia Nina Tanzi-Andrea Pulcini che il team capitanato dalle sorelle Easley centra l’obiettivo, regalandoci due stupendi libriccini adatti a grandi e piccini.

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TURANDOT La principessa di gelo – Nina Tanzi, Andrea Pulcini (Lemma Press) racconta la trama dell’opera con cura e in ogni dettaglio, senza timore di addentrarsi nelle scene più cupe e raccapriccianti. Ogni pagina è affrontata con la lievità di una fiaba in cui le cose brutte sono narrate come nuvole di tempesta, eventi naturali che fanno paura ma non turbano. I personaggi sono presentati così come nell’opera, e come nell’opera fanno affiorare sentimenti contrastanti: il dolce calore di Liù, il temperamento audace di Calaf, la malinconia crepuscolare di Timur e l’algida e sovrannaturale aura di Turandot.
Le illustrazioni sono bellissime e magiche, tradizionali ma sicuramente gradite e rassicuranti per i lettori più giovani. I toni del blu che si stemperano per tutto il libro conferiscono alla narrazione quel caratteristico profumo notturno che contraddistingue Turandot. Consigliato dalle elementari in su.

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TURANDOT – Libro da colorare a cura di Lydia Easley, Carlene Easley, Gabriel Cortinas e Gaia Cortinas (Prinp Editore) è invece un gradevolissimo libriccino da colorare che svela al suo interno molto perfino più di quanto promette: la trama dell’opera è ridotta all’essenziale con brevi e concisi riassunti e citazioni in due lingue (italiano e inglese) che percorrono tutte le tappe fondamentali dell’opera intervallando le grandi illustrazioni fitte di motivi decorativi, vere protagoniste del libro. I disegni sono fiabeschi e stimolano la fantasia dei bambini, che potranno sbizzarrirsi a ricreare il lontano mondo orientale di Turandot con i colori. Insomma, un libro da colorare, una fiaba da leggere e rileggere, un compagno per i primi passi nel magico mondo dell’opera lirica e una lettura bilingue adatta a grandi e piccini: consigliato a tutte le età.

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Protagonisti all’Opera: Matteo Pagliari

 

Chi sei?
Sono un bambino che non vorrebbe crescere.
Sono un ingenuo sognatore idealista, che si intristisce e si arrabbia di fronte a cattiverie alle quali non mi rassegno ad abituarmi. Posso restare imbambolato per ore ad ascoltare il rumore del mare. Mi commuovo di fronte a un bel film o se ascolto quattro note di quelle giuste. Adoro i Beatles e la musica Ska, posso mettermi a ballare per strada se da qualche parte ascolto un ritmo bello tosto (dovresti vedere le facce di chi mi vede…) e le mie mani non stanno mai ferme se sento della musica…

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Perché sei diventato un direttore d’orchestra?
Non so perché, ma so che non poteva essere altrimenti. I miei compagni delle elementari, oggi, mi dicono che già allora ne parlavo. So però quando è stata presa definitivamente la decisione, ovvero vedendo e ascoltando il Concerto di Capodanno diretto da Karajan, nel 1987. Studiavo pianoforte da un paio d’anni, e vedendo quell’uomo, vecchio e quasi immobile, restai affascinato da un carisma unico. Pensai “voglio fare anch’io quella cosa lì”.

Definisci il tuo lavoro in tre parole.
È difficile, ma vorrei essere originale. Visto che spesso mi si dice “Ah, ma tu sei quello che muove la bacchetta lì davanti? tutto lì?”, ecco, forse le tre parole che mi chiedi potrebbero essere “Allora fallo tu!”.

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La partitura che ami di più?
Il mio autore è Brahms e mi muove sentimenti indescrivibili. Il “pezzo più bello del mondo” per me è l’Intermezzo in La maggiore op. 118 n. 2 e la sua partitura – che spero di dirigere presto – è la Serenata in Re maggiore op. 11.

Perché?
Non lo so… ma credo perché di fronte alla musica di Brahms riesco ad essere ancora totalmente privo di qualsiasi deviazione “professionale” e ascolto la sua musica per il puro piacere che mi dà. È l’unico autore che mi fa piangere con tre note e che mi fa sorridere con le successive tre…

Studiare musica oggi: sì, no, forse e perché?
La musica dovrebbe essere patrimonio di tutti, indipendentemente dal fatto che poi si arrivi a essere musicisti. Ho avuto molta fortuna, perché a 7 anni cantavo Palestrina in un coro di voci bianche, ma la maggior parte dei miei compagni di coro, che oggi fanno tutt’altro, riconoscono l’importanza di quell’esperienza per la loro formazione. Continuo a non capire perché sia normale che si conosca Caravaggio (e, anzi, che sia uno scandalo se qualcuno non sa chi sia), ma se chiedi a una persona chi è Berlioz e non lo sa, la risposta è “Beh, mica sono musicista!”. Soprattutto in Italia, “Paese della musica e dei musicisti”, dovrebbe essere normale che si insegni da subito, insieme alla Storia dell’Arte, alla Filosofia etc., anche la Storia della Musica. In fin dei conti i grandi musicisti attingevano dalle altre discipline umanistiche e dalle altre arti, ed erano grandi per quello.

Se fossi il personaggio di un’opera saresti…
Ho una passione per i ruoli baritonali, e per i personaggi buoni e un po’ (o molto) sfortunati. Ovvio, mi piacciono anche i ruoli buffi, ci mancherebbe, ma probabilmente se dovessi scegliere un ruolo da cantare domani, potendolo cantare, sceglierei Rigoletto. La sua anima buona, triste e tormentata, costretta nel corpo deforme di un uomo che per vivere non può far altro che coprirsi di ridicolo, il suo sarcasmo (che paga a caro prezzo), l’amore per una figlia che non riesce a proteggere dalla cruda malvagità della gente che ha attorno… mi piace, mi commuove e non smette di emozionarmi. Una scena tra tutte? Due parole, dopo il rapimento di Gilda, dette a Marullo, che Rigoletto credeva una persona fidata. “Ah, voi dormiste? Avrò dunque sognato”. C’è in quella frase tutta la delusione di un’amicizia spezzata, di un tradimento, una pugnalata alle spalle. Quanta attualità e quanta quotidianità in quelle parole…

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Se potessi incontrare un personaggio del passato, chi sceglieresti?
Uno fra tutti, Gesù. Gli vorrei chiedere tante cose.

Tenacia, sensualità, fantasia: cita tre artisti con cui hai lavorato che rispecchiano questi termini.
Gregory Kunde per la tenacia. Oltre che essere un cantante divino, è un professionista inappuntabile, dedito allo studio e alla sua preparazione, costantemente. È stato in grado, a metà della sua carriera, di trasformare la sua voce passando dal repertorio lirico leggero al repertorio da tenore lirico drammatico. Era un grandissimo Otello rossiniano, oggi è uno dei più grandi Otelli verdiani. Chapeau!
Patrizia Ciofi per la sensualità. Una donna affascinante, dolce e capace di trasmettere emozioni fortissime con un filo di voce. Oltre ad essere una persona divertentissima. Ho lavorato con lei solo una volta, era Tancredi, a Madrid. Quando cantava “E tu quando tornerai…?” scrivendo una lettera a Tancredi, ecco, avrei voluto essere il destinatario di quella lettera…
Il musicista più brillante, elegante, fantasioso, geniale e raffinato che io abbia mai conosciuto è, senza ombra di dubbio, Mario Fulgoni, che, oltre ad essere stato uno dei miei maestri quando cantavo nel coro misto, è anche un fenomenale didatta e un originalissimo compositore. Un musicista davvero incredibile e completo, che non ho mai esitato a paragonare a Bernstein per molti aspetti.

Grazie Matteo!
[Intervista esclusiva a cura di Margherita Colombo – Pianisti all’Opera]

 

Pianisti all’Opera

266117_405475426193603_1493708306_oQuesto sito nasce da una pagina Facebook alla quale continuerà ad appoggiarsi per la semplicità di condivisione delle notizie che un social per sua natura possiede.
Tuttavia da diverso tempo la pagina ha assunto sempre nuove sfaccettature, spunti, argomenti di discussione al punto che ho sentito la necessità di ordinare e tirare le fila in un unico luogo dove fosse facile reperire le informazioni.
Un archivio, ma allo stesso tempo un nuovo punto d’appoggio.

Benvenuti dunque sul nuovo sito dedicato ai Pianisti all’Opera!

Chi sono dunque questi misteriosi figuri? Siamo tantissimi, non necessariamente solo pianisti e a volte nemmeno musicisti: una cosa sola forse ci accomuna.
L’amore per l’opera lirica.
Tra i lettori della pagina figurano maestri collaboratori (i “pianisti all’opera” del titolo), direttori d’orchestra e di coro, concertisti, appassionati melomani, registi, cantanti e impresari: perché l’opera, da sempre, è un inestricabile crogiuolo di mestieri e persone, di arte e artigianato,di teoria e pratica, di intelletto e mani sporche.
L’opera lirica è di chi parla per citazioni e di chi sente gli accordi del cembalo dei recitativi durante normalissimi dialoghi quotidiani, di chi deve mordersi la lingua per non rispondere “Vedi? E’ tranquilla” quando qualcuno domanda “Come va?”, ma anche di chi ama ascoltare in silenzio lasciandosi trasportare verso mondi lontani dalla musica. Di chi crede che le uniche voci siano quelle dei Gobbi, Callas e Di Stefano, ma anche di chi stravede per le regie attualizzate. Di chi identifica l’opera con l’odore polveroso di un vecchio sipario di velluto e di chi osa sperimentare nuove tecnologie e strategie di comunicazione in teatro.

Ed è per questo che l’opera lirica è, e resterà sempre, una cosa viva e palpitante nelle mani di chi la fa e di chi la ascolta.

[Margherita Colombo]